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La mia Amica e l'assassino





Sedute tutte e tre , una di fianco all’altra, nella sala del cinema immersa nella penombra, di tanto in tanto volgevo la mia attenzione a Silvia, seduta alla mia sinistra, che mostrava segni di irrequietezza e coglievo il suo lanciare sguardi verso ogni ombra che sembrava passarle accanto. Non capivo quel suo modo di fare. Evitai di farle domande per non disturbare gli altri spettatori. Durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo, quando le luci illuminarono la sala, Angela si alzò per andare in toilette. Silva ed io restammo sedute a sgranocchiare pop corn, dopo pochi minuti cominciò ad agitarsi “ma quando viene Angela? Perché non vai a vedere?”. “Vai Tu!”, le dissi. “Non posso, sto mangiando i miei pop corn”. Risi a questa sua uscita, si preoccupava e intanto mangiava. Passato qualche altro minuto tornò all’attacco: “Se le fosse successo qualcosa?”. “Stai tranquilla, ci sarà gente in bagno e le tocca aspettare il suo turno”. Insistette: “e se in bagno ci fosse l’assassino? Vai a vedere perché tarda”. “L’assassino? Ma che dici? E poi perché dovrei andare io a vedere, l’assassino potrebbe uccidere anche me, Ti pare?”. Senza volerlo mi ero lasciata trascinare nel suo incomprensibile ragionamento. Dopo avere finito i pop corn si alzò di scatto: “Lasciami passare, vado a vedere”."In quello stesso momento Angela arrivò in sala, Silvia sedette e a denti stretti mi disse: “Se le dici qualcosa Ti ammazzo!”. Non dissi nulla. Uscite dal cinema mi venne in mente di farle qualche domanda in merito al suo strano comportamento in sala. Esitò prima di rispondere, rise e poi mi rammentò la sua passione per i film horror. “E dunque? Che significa?”, le chiesi ancora. “Lo sai che amo guardarli e poi ho paura, mi lascio suggestionare.. L’altra sera ho visto un film in cui l’assassino si intrufolava in un cinema e durante la proiezione del film uccideva a caso qualche spettatore”. “Era questo che cercavi nella sala? L’assassino dell’altro film?”. “Hai capito benissimo”. La mia pazza, pazza Amica, pensai, mentre ridevo fino alle lacrime.


Stranezze in Città




La fretta le suscitava un andamento diverso dal consueto. Come un soldato in missione, con la borsetta in spalla al posto del fucile, percorreva la strada con l’unico pensiero fisso nella mente : raggiungere la meta prima che si facesse tardi.  
La infastidivano le signore in coppia che placidamente chiacchieravano  camminandole  davanti, trovare uno spiraglio  per sorpassarle era una impresa,  rallentava la sua marcia decisa. Non mancavano nemmeno gli uomini che incrociava, cartella in mano, dritti come chiodi,  stessa fretta, che arrivati alla sua altezza cadevano nella indecisione sul come proseguire e inscenavano uno strano balletto nevrotico proprio davanti ai suoi occhi, per scansarla facevano degli strani saltelli, prima a destra e poi a sinistra,  costringendola a fermarsi per non travolgerli. 
Nella fretta non badò di avere  sfiorato la busta della spesa in mano alla donna di mezza età, mentre la sorpassava. Aveva fatto pochi passi quando si sentì apostrofare da questa con fare risentito: “Ma insomma, che modi sono? Non ha visto che ha urtato mio marito?” e  volgendo lo sguardo verso il nulla alla sua sinistra, proseguì “Ti ha fatto male tesoro? Certa gente è proprio maleducata”, di nuovo si rivolse a lei con voce imperativa :”Gli chieda almeno scusa!”. Non c’era nessuno di fianco a quella povera donna, ciò nonostante obbedì scusandosi con l’uomo invisibile e con la stessa donna, che rivolgendosi all’ uomo che solo lei vedeva, lo tranquillizzava assicurandogli un massaggio al braccio appena fossero giunti a casa. 
La cosa la turbò per un po’, pur avendo ripreso il ritmo dell’andatura cadenzato dal suono dei suoi tacchi.  Finito il lungo viale svoltò nella traversa, fatti pochi metri il pianto di un vecchio seduto su una panchina attirò la sua attenzione. Si fermò  indecisa sul da farsi e sentì l’uomo che singhiozzando borbottava “mamma non mi sculacciare più, faccio il bravo. Ti prego non dirlo a babbo, altrimenti mi prende a cinghiate quello”. Mentre pensava a cosa dire a uno che viveva intensamente stralci del suo passato, sopraggiunse un bisonte umano  sbraitando e agitando in alto  le braccia  : “eccoti! Finalmente ti ho trovato. Mi fai impazzire! Ma io ti chiudo, sai?! Non ce la faccio più con te!!”. Strattonò il povero vecchio, che nel frattempo continuava a  piangere e supplicare la sua mamma, e lo trascinò dall’ altra parte della strada. 
Sbalordita e con l’animo in pena arrivò a destinazione, entrò nel portone e si apprestò a salire le scale. Una voce isterica la fece trasalire scacciando via l’amarezza di prima. “Un colpo alla testa ci sparo io! Un colpo alla testa”… l’uomo scendeva le scale fissandola con gli occhi sgranati, l’indice puntato alla tempia e il pollice sollevato simulando una pistola.  Nel vederlo avanzare verso di lei istintivamente si fece di lato fermandosi sui gradini, si appoggiò alla parete quasi a volere scomparire, nella speranza che il folle le passasse accanto senza vederla. Il pistolero invece la vedeva benissimo, scendendo la fissava ripetendo “Un colpo alla testa ci sparo io! Un colpo alla testa…”  come a cercare la sua approvazione. 
Qualcuno si affacciò dalla tromba delle scale e rivolgendosi a lei gridò “Signora, la stavo aspettando. Venga, venga. Non badi a lui, non badi…”.  Salì di corsa verso quell’ancora, mentre la minaccia ripetuta dal tizio di prima si allontanava per strada. “Prego, prego…prego… si accomodi, si accomodi… accomodi”. Il “salvatore”  ora la stava aspettando appoggiato alla porta dell’appartamento dell’ufficio: “Venga, venga…venga”. Notò che l’impiegato in questione ripeteva più volte l’ultima parola di ogni frase con tono più basso e rauco. “Prego, prego… sieda, sieda…”. Si accomodò dando uno sguardo fuori dalla finestra di fianco alla scrivania. “Visto che bella giornata?... bella giornata…”, lei rispose con un semplice sì  mentre lui rovistava fra i fascicoli che aveva davanti, ad ogni fascicolo ripeteva “bellissima… bellissima… bellissima. Ah, ecco! Ci siamo… ci siamo…ci siamo”. Guardò fra le carte leggendo qua  e là, sorvolando i punti che ben conosceva e spiegando che non era una questione complicata, anzi, facilmente risolvibile (ripetuto all’infinito), guardandola da sopra gli occhiali. C’era solo, si fa per dire, da compare delle marche da bollo, (anche queste ripetute più volte), che insieme superavano gli 80E e poi c’era un cavillo… cavillo…cavillo… di un versamento di 120,05E all’Ente in questione. “Sono stato chiaro?…chiaro… chiaro Ha capito bene, signora?...signora…signora”. 

Lei rispose con il solito sì, mentre in cuor suo sapeva che da capire c’era che  il mantenersi lucidi era diventato un atto di coraggio. 

Profumo di Avana


L’ultimo tratto di strada da percorrere, prima di arrivare a destinazione, era l’antica gradinata che dall’ Abbazia Florense introduce alla piazza Abate Gioacchino. Dopo i primi gradini mi trovai davanti un uomo che saliva lentamente, posizionato al centro della stessa mi impediva di effettuare il classico sorpasso, sia a destra che a sinistra. Rimasi dietro di lui adeguandomi al suo passo. In fondo un’andatura più lenta è piacevole là dove si respira meglio quell' atmosfera storica che ci rende rami di robuste radici.
L’uomo davanti a me era alto, anche se leggermente incurvato dall’età, corporatura normale, forse più imponente negli anni addietro, elegante con il suo borsalino in testa. Lasciava una scia di profumo fra il gelsomino e l’avana, dedussi che fumava il sigaro. Un profumo gradevole che stimolò la mia fantasia.
Lo immaginai giovane negli anni ‘30/’40, mentre saliva quegli stessi gradini con il vigore e la sicurezza propri della gioventù. La sua appartenenza poteva essere a qualche famiglia benestante di allora, magari anche laureato, cosa rara a quei tempi. Il tipico uomo seducente molto ambito dalle donne, che nel vederlo passare avvolto dal suo fascino e dal mistero della sua personalità, escogitavano ogni sorta di innocente civetteria pur di attirarne l’attenzione.
Chissà quanti cuori femminili aveva infranto proprio in questo luogo, magari alle più belle donne aveva rubato un bacio clandestino, in quel punto dove per gli innamorati i muri delle case sono ancora oggi il discreto separè dalla curiosità.
Provai a immaginare anche il suo nome, non doveva essere comune, collegandolo al  profumo di avana e all’aristocratica  persona, mi venne in mente “Amedeo”.
Decretai che non poteva essere diversamente, tutto armonizzava. Il luogo, la persona e il profumo, erano un'unica essenza di un nome diverso da quelli ripetitivi,  dettati dalla tradizione locale .
Giunti quasi alla fine della gradinata l’uomo si girò verso di me,  spostandosi di lato mi guardò, con un mezzo inchino sollevò il cappello con una mano mentre con l’altra, nel cedermi il passo,  indicò lo spazio liberato dalla sua persona. Una bella voce maschile dal timbro baritonale accompagnò quei gesti signorili : “Prego, mia bella signora”.
Colta di sorpresa restai ferma sul da farsi avendo così modo di guardarlo in viso. Costatai che il passare del tempo non aveva lasciato grandi segni sul suo volto, conservava la bellezza e un fascino immutato.
Gli sorrisi e nel ringraziarlo passandogli davanti quasi mi sfuggì “… signor Amedeo”, mi fermai in tempo sul “signor”, che con pronta galanteria terminò egli stesso:“Adriano M. Per servirla, signora”.
Non mi ero sbagliata, la mia fantasia per una volta non si era discostata dalla realtà. Pur non conoscendolo personalmente, sapevo chi fosse da chi di lui ne parla con stima e ammirazione. Anche sul nome ci ero andata vicina, non comune e indovinando la lettera iniziale .
Proseguì per la mia strada con dentro una dolce allegria e il profumo di avana che ancora deliziava il mio l'olfatto.

Low Cost...



Vanja si sentiva sempre agitata ogni qualvolta in cui doveva imbarcarsi su un aereo low cost. La scarsa finanza non le dava grandi alternative se non quella di affrontare la paura dandosi coraggio, pur di soddisfare il desiderio di ritornare con maggiore frequenza a casa dai suoi familiari.
Una volta a bordo si guardò intorno. I posti a sedere non mancavano, ne scelse uno accanto a una giovane donna con un bambino fra le braccia, le diede sicurezza. Dopo averle chiesto il permesso di accomodarsi accanto all’oblò, scomodando sia lei che il bambino, con qualche astuta acrobazia, stile antica danzatrice egizia, riuscì a infilarsi nell’angusto spazio fra i sedili.
Finalmente seduta, si accorse che la donna al suo fianco piangeva a dirotto, con una mano stringeva forte il suo bambino e con l’altra il bracciolo della poltrona. Preoccupata le offrì il suo aiuto. La donna fra le lacrime, le confessò la sua paura di volare. Si trattava della prima volta che saliva su un aereo.
Vanja la tranquillizzò, rassicurandola, dicendole di avere viaggiato spesso su quei volatili di latta e che non c’era davvero nulla di cui preoccuparsi. Tutto sarebbe andato bene. La serenità e la sicurezza delle sue parole ebbero l' effetto desiderato e la signora smise di piangere. Conclusa con successo la sua buona azione giornaliera, soddisfatta, Vanja poteva finalmente dedicarsi a quello che per lei era divenuto un rito scaramantico prima di ogni decollo.
Quindi ripassò con scrupolo il programma di comportamento in caso di emergenza, raffigurato sul piccolo riquadro plastificato posto sullo schienale del sedile anteriore. Dopo tanto volare conosceva a memoria quel resoconto, in fondo sapeva altrettanto bene che a poco sarebbe valso contro la remota probabilità di doverlo mettere in pratica.
Una animata discussione fra una hostess e una passeggera, poco più avanti nel corridoio, la distrassero. Le due donne discutevano in modo sgarbato, su qualche discordanza riguardo a come sistemare il bagaglio a mano. L’accompagnatrice di volo non riusciva a ottenere ciò che pretendeva dalla viaggiatrice e alquanto contrariata abbandonò la conversazione dirigendosi verso gli altri passeggeri.
Nei sedili anteriori, proprio davanti a quello di Vanja, vi erano seduti un uomo anziano e una giovanissima ragazza. L’hostess guardò accigliata prima l’uno e poi l’altra. Doveva aver pensato che uno era troppo anziano e l’altra troppo giovane. Lanciò un’occhiata al portellone di emergenza di fianco ai loro sedili li gelò con fare militaresco:
“In caso di emergenza sapreste aprire il portellone?”
I due guardarono dapprima il pannello di lato, era pieno di strani congegni. Poi, sconsolati e intimoriti, si scambiarono uno sguardo prima di rivolgersi al “colonnello”. Quasi in coro dalle loro labbra uscì un “no” appena sussurrato.
“Allora cambiate posto! Qui sareste inutili in caso di necessità!”
La donna con il bambino non aspettava altro per riprendere a zampillare... “uuuuuaaaaaaa..."
Vanja sconcertata dalla situazione, tentò di porvi rimedio e, senza esitare si rivolse a “Fraulein Rottenmeir”: ”Lo so aprire io il portellone!”
Immediatamente partì l’ordine per lei e per la ragazzina davanti:
“Benissimo! Lei passi dietro, mentre Lei venga avanti!”.
Scattarono in piedi come due reclute al CAR. Imbarazzate e obbedienti si scambiarono di posto, mentre la giovane mamma continuava senza sosta a inondare di lacrime amare il corridoio, beccandosi anche lei una occhiataccia carica di disgusto dalla coraggiosa e inflessibile Rottenmeir.
Con il cuore in tumulto Vanja sedette accanto all’anziano uomo, fissò con molta attenzione quel benedetto portellone. Mille domande le affollarono la mente.Non capiva più nulla fra tutti quei congegni... "E ora??" Pensò angosciata. "Come si apre 'sto coso?".
L’uomo anziano seduto accanto a lei la stava osservando. Aspettò pazientemente che Vanja terminasse l’ispezione del suo “impegno” prima di poterle porgere la domanda :” Ma lei, sa davvero aprirlo quel portellone?”
Lei scosse la testa in segno di diniego, e lui incalzò :” Ma allora... è certo che ci sarà un’emergenza?”
Gli occhi di lei brillarono di ironia ed entrambi presero a ridere. Poi di scatto si volsero verso la donna prima in lacrime, nel timore che avesse udito quanto da loro appena detto. Per fortuna sembrava essersi calmata per effetto della hostess "sguardo fulminante".
“Pfiuuuuuu…”, disse Vanja.
“E’ andata bene!” ribadì l’uomo e ridendo fino alle lacrime concluse "Alla faccia dell'efficienza... essenziale!"

Dipinto di Donna


La conobbi quasi vent’anni fa. Lei, taciturna, elegante, distaccata e scontrosa. Non era certo una persona che suscitava simpatia, ma rispetto si, per quel fascino magnetico che poche persone a questo mondo possiedono . Quante volte trovandomela davanti mi chiudevo anch’io nel silenzio, spesso la ignoravo. Fra Noi intercorrevano le forzate frasi di circostanza, quei saluti che in sé non contenevano nulla di sentito, formale cortesia, dovuta al senso di civile educazione radicato in entrambe.
Con il passare degli anni , le cose fra Noi non evolsero in nessuna direzione, eppure frequentavamo gli stessi luoghi, costrette a incontrarci, spesso a interloquire, se pur con frasi d’obbligo, scontate. C’erano volte che la evitavo , non amavo la sua vicinanza , e altre in cui ammiravo il suo aristocratico silenzio.
Le donava quell’aria austera da nobildonna educata a una rigida etichetta di palazzo. C’erano volte che in lei coglievo una espressione ricca di avvincente carisma, quando con lo sguardo di lato e le palpebre che fungevano da sipario semi socchiuso, osservava quanto la incuriosiva nei minimi dettagli, senza lasciare trasparire alcuna emozione. Come mi sarebbe piaciuto leggerle nel pensiero, sentivo che in Lei c’era un universo di splendidi argomenti. A volte coglievo come un lampo in quegli occhi color nocciola , fulminei barlumi che subito si spegnevano passando a osservare altro.
Fu la volta che, costrette dalle circostanze, sbrigammo un lavoro insieme. L’aria fra noi era formale, entrambe desideravamo finire al più presto e allontanarci con altrettanta rapidità. Pochi minuti ancora e saremmo state libere dalla presenza l’una dell’altra. La fretta di terminare portò me a sbagliare, allungando così il tempo della nostra forzata vicinanza. Mi armai di calma e pazienza nel rimediare, non avevo altra alternativa . Una frase sibillina e tagliente, pronunciata da Lei, mandò ogni mio buon proposito all’inferno.
La invitai con decisione a ripetere quanto aveva appena detto, il tono glaciale della mia voce la fece sussultare, provò a chiudere la faccenda con un "niente". Divenni ancora più inflessibile, visto che avevo captato benissimo quanto da Lei detto. Iniziammo così un duello verbale senza pari, nessuna delle due mollava, il botta e risposta non abbandonò nemmeno per un attimo l’argomento della discussione, cosa che mi meravigliò, spesso in simili circostanze si salta di palo in frasca. Lucide, fredde, tederminate, nessuna di noi due mollava la presa. Ne uscimmo entrambe convinte di avere messo l’altra a tacere, senza avvederci che eravamo rimaste nella stessa stanza per più di quattro ore, un record.
Il tempo dei successivi incontri fu breve, un giorno non la rividi più e non mi venne nemmeno l’idea di chiedere dove fosse finita. Non c’era più, non la incontravo e questo mi bastava.
Solo qualche giorno fa qualcuno mi parlò di Lei rievocandomela, chiesi con interesse dove si trovasse , mi fu detto che non c’era più, un brutto male se la era portata via.
Una fitta mi attraversò il cuore, la “dama del palazzo” non l’avrei davvero più rivista. Se ne era andata lasciandomi il suo dipinto impresso nella mente.

Coraggio e Determinazione


Affrontò il giorno già di pessimo umore, La pioggia lo rendeva scontroso. Quasi per tutta la notte lo aveva tenuto sveglio picchiettando sulla ringhiera del balcone, doveva andare a lavorare comunque. Seguiva un caso di stupro, tre delinquenti avevano violentato una ragazzina. Mancava poco per incastrarli, e non si sarebbe certo lasciato fermare dal suo pessimo umore, o da tutta l’acqua che cadeva giù, ormai da una settimana.
Rivedeva gli occhi spenti di una fanciulla che si affacciava alla vita senza più illusioni, ricordava quando gli toccò interrogarla sull’accaduto. Erano passati tre mesi da allora, eppure ogni qualvolta gli tornava in mente avvertiva sempre lo stesso imbarazzante disagio.
Durante i tanti anni di onorato servizio nell'arma dei carabinieri, ne aveva viste di tutti i colori, dalle ruberie, alle ordinarie violenze e incidenti, si fa per dire, ai più efferati omicidi. Per quanto si dica che a tutto ciò si fa l’abitudine a lui non era successo. La vista di una persona ferita o morta per causa altrui gli procurava sempre un vuoto allo stomaco, ogni volta era come la prima volta, il malessere fisico diventava tutt’uno con quello emotivo, e ne usciva sempre più rabbioso e determinato.
Assicurare il colpevole alla giustizia diventava il suo unico scopo. Giustizia! Ora questo vocabolo gli appariva privo di significato, vuoto. Gli occhi di quella ragazza prima della violenza avevano senz’altro sprigionato quei bagliori di luce tipici di chi, ancora in giovane età, pensa alla vita come alla più bella delle magie.
Si erano spenti, persi nel vuoto, come avesse compiuto di colpo novanta anni. Non riusciva a toglierseli dalla mente, insieme al senso di disagio che gli provcavano. Un misto di rabbia, dolore, e timida riservatezza lo aveva pervaso davanti a quello sguardo, dandogli la sensazione che ogni domanda, necessaria per le indagini, fosse per lei un’ennesima violenza, e forse lo era. Doveva incastrarli quei bastardi. L'amore per il suo lavoro era rimasto immutato nel tempo, proteggere i più deboli, assicurare i delinquenti alla legge. Quella legge che aveva servito con onestà e correttezza, e in cui aveva sempre creduto. Ma i tempi erano cambiati, e il suo essere comandante di una stazione di carabinieri, in un paese di quasi venti mila abitanti, era ormai solo una formalità. Giusto per dare alla gente l’idea che le cose non fossero realmente cambiate, e che la funzione delle forze dell’ordine era rimasta immutata.
Non era così, lui lo sapeva bene, era diventato quasi impossibile condurre indagini davanti alla miriade di riforme che sembravano offrire più tutela al delinquente che alla vittima, quei bastardi non avrebbero scontato neanche un giorno di carcere. Ormai gli restava solo la rabbia sorda e l’orgoglio, che non affievolivano la sua determinazione di seguire il caso con immutata scrupolosità. Almeno la gente li avrebbe riconosciuti e marchiati come delinquenti, o forse moralmente assolti perché “colpa di lei che li aveva provocati”.
Scacciò con forza questo suo ultimo pensiero e aprì deciso la porta del suo ufficio.

Fascino e Inganno


Risale fin dalla antichità la tradizione del Carnevale. Nell’antico Egitto era legato al culto della dea Iside , in Grecia al dio Dionisio e nell’antica Roma al dio Saturno.
I festeggiamenti coincidevano con la fine del vecchio anno e si protraevano per diversi giorni, durante i quali il caos sostituiva l’ordine costituito. Il desiderio di rinnovamento ha da sempre affascinato l’uomo, le convinzioni religiose e sociali inducevano a trascendere. I travestimenti permettevano di identificarsi con dei e animali . Rappresentazioni allegoriche inscenavano le forze del caos contro la creazione dell’universo, non mancavano le processioni dove un salvatore lottava contro il male. Sui carri vi erano le allegorie del Sole e della Luna , signori del cosmo, ritenuti i fautori della vita.
Non mancavano morti e orge, in modo particolare fra i romani ,che ritenevano questa ricorrenza espressione di un temporaneo bisogno di assenza di obblighi sociali e gerarchici. Scherzi e dissolutezza rompevano gli argini del decoro tenuto nel corso dell’anno.
Il carnevale porta in sé il dinamismo di una dimensione metafisica che riguarda l’uomo e il suo destino. Era considerato la libera circolazione degli spiriti fra cielo, terra e inferi. La porta aperta ai morti che ritornavano nel mondo dei vivi. Per non rendere le anime pericolose era necessario onorarle prestando loro i corpi provvisoriamente, le maschere dal significato apotropaico , chi le indossava assumeva le sembianze di un essere soprannaturale.
Tutto ciò era ritenuto come creazione di un regno nuovo, la fecondità della Terra che permetteva a gli uomini di fraternizzare allegramente fra loro. L’ordine del cosmo, stravolto dal tempo carnevalesco, veniva ripristinato con il funerale del Re, rappresentato da un fantoccio, o da una immagine simbolo, che veniva bruciato.
Nel corso dei secoli il Carnevale è divenuto la festa per eccellenza dei cattolici, con ragioni modellate al nuovo credo. Resta immutato il fascino dell’ambiguità, che continua a regalare a chi ama impersonare soggetti lontani dalla propria personalità. Il satirico inganno di essere per pochi giorni un sogno storico, fantascientifico, fiabesco.

L' Indovina


Avevo accompagnato una mia amica presso l’ufficio di un notaio per sue questioni burocratiche. Ero rimasta fuori ad attenderla. Non mi andava di starmene seduta in una anticamera dall’odore di carta invecchiata dal tempo, nel grigiore di una luce che filtrava da un’unica finestra in stile gotico, offuscata persino dal palazzo di fronte. Conoscevo quell’ambiente e lo trovavo opprimente.
Preferì affrontare il freddo, divenuto ormai pungente in questo Novembre uggioso, gironzolando per le strade del centro storico, ammirando le vetrine. Amo i piccoli negozietti dall’ atmosfera retrò sparsi lungo il corso. Mi fermai davanti a una vetrina di articoli casalinghi già allestita per il prossimo Natale. Il luccichio del rosso, dell’argento e dell’oro fra gli oggetti esposti mi rallegrava, immaginavo quelli che mi piacevano di più nell’arredo della mia casa per le prossime feste.
Una voce mi distolse dalla mia fantasia, la donna si stava rivolgendo proprio a me. Era una zingara dalla carnagione scura, capelli neri, in riccioli che le cadevano morbidamente sulle spalle arricchendo la bellezza dei suoi lineamenti, adornata di bigiotteria e oro dai lobi delle orecchie alle caviglie. Trentacinque, quaranta anni, pensai. Voleva leggermi la mano, mi disse che era un’indovina, per pochi spicci mi avrebbe detto del mio futuro.
Al mio sguardo scettico rispose: “So cosa stai pensanbrdo”.
Subito pensai: “seeeeeee… campa cavallo”.
Le chiesi invece : ”Si? A cosa sto pensando?”.
“Sei afflitta dal pensiero del tuo uomo. Pensi che frequenta un’altra donna, e ciò ti dà molto dolore. Lo vedo nei Tuoi occhi”.
“No, veramente stavo pensando a come faranno mai i cavalli a campare con questo tempaccio”.
Mi venne da ridere e lei di rimando mi sorrise, tentò ancora nella sua opera di convincimento. Alla fine capì che con me non funzionava la pappardella sull'incisore di fedi, alias fedifrago. Mi chiese quasi sommessamente se almeno avessi potuto offrirle un caffè. L’irresistibile aroma della bevanda si spandeva per la strada da un bar a pochi passi da noi.
Anch’io ne ero invogliata e così le dissi di si. Mentre sorseggiavamo la calda delizia scambiammo un po’ di battute ironiche. Era una donna simpatica oltre che bella. Le tentava tutte per convincermi del suo sapere sul futuro. A ogni mia replica stranamente se la rideva di gusto, dedussi che nemmeno lei era convinta della sua veggenza, forse era obbligata a farlo per cultura o altro.
All’uscita dal bar, notai la mia amica vicino all’auto che si guardava intorno in cerca di me. Salutai l’indovina con una stretta di mano. Dopo avermi ringraziata, mi chiese seria :”Cosa pensi di me?".
Sorridendole le lanciai uno sguardo ironico dicendole: ”Indovina?”, seguito da un occhiolino canzonatorio.
Rise ancora, e mentre andavo via la sentì urlarmi :”Sei una donna impossibile”.
“A chi lo dici?”, fu la mia risposta di rimando, mentre coglievo già un mare di domande nell’espressione stupita di chi mi stava aspettando.

Un sogno nel sogno



Arrrancava a fatica, il vento raggiungeva una velocità tale da rendergli difficoltoso l’avanzare.
Era solo a poche centinaia di metri dalla meta, quel viaggio lo aveva desiderato fin da giovane. Quanti anni erano trascorsi prima di riuscire a realizzare il suo sogno? Venti, forse più, ventotto anni, pensò facendo un calcolo veloce.
La sabbia s’insinuava ovunque, rendondogli difficoltosa persino la vista, nonostante l’abbigliamento che gli copriva anche il viso,
Non poteva arrendersi proprio ora, non gliela avrebbe mai data vinta a quel vento che sembrava volerlo fermare colpendolo con forza in pieno petto e alle gambe.
All’improvviso gli tornò in mente sua madre,.
Cosa c’entrava mai sua madre in quel momento? Aveva altro a cui pensare. Non che non volesse bene a sua madre, ma in quel contesto gli appariva come un campanello d’allarme, l’inizio della sua follia.
Ne aveva lette di storie su sognatori che nel deserto avevano perso il senno, forse stava per subire lo stesso destino. Il volto di sua madre non lo abbandonava, per quanto si sforzasse di volgere il suo pensiero altrove.
Sentì il profumo della cioccolata calda che soleva preparargli nelle giornate di freddo. Si . Stava impazzendo.
Non ce l’ avrebbe mai fatta.
A un passo dalla meta il suo cervello si rifiutava d’obbedirgli, le sue gambe si piegavano ad ogni passo, mentre le sue labbra sembravano staccarsi da un momento all’altro dal resto della bocca, tanto erano aride.
Aveva sete, una sete mai provata in tutta la sua vita, ecco perché sentiva l’odore della cioccolata.
No, non era impazzito, pensò Dario, aveva solo sete, forse si stava disidratando, la mancanza di liquidi gioca brutti scherzi alla mente.
Quante ne aveva passate in quel deserto. Prima d’affrontare quel viaggio aveva calcolato tutto, o così credeva, ogni rischio, ogni probabile avversità.
Si era documentato bene, a nulla era valsa la sua scrupolosità una volta intrapresa l’avventura. Aveva perso tutto, era stato depredato più volte, era riuscito a salvare solo la borraccia dell’ acqua,. Alla fine anche quella aveva smarrito, ed ora, cos’altro sarebbe successo ancora?
Chi voleva impedirgli di raggiungere il suo sogno? La piramide di Cheope.
Dov’era? Dove si celava?
L’avrebbe mai vista in quel turbine di vento e di sabbia?
No, sarebbe morto là, insabbiato. Sarebbe diventato una duna, dove magari avrebbero sostato i cammelli. Pestato dai cammelli dopo morto? A quel pensiero Dario ebbe come una sferzata di vigore, e il suo avanzare diventò più deciso, caparbio..
"Ai cammelli proprio no! Non gliela do vinta!”.
Il vento cominciò a placarsi, fino a non soffiare più. Ebbe la sensazione che si fosse aperta una porta, e varcata la soglia il vento e la sabbia erano scomparsi, lasciati fuori.
Si pulì gli occhi dalla sabbia per vederci meglio. A pochi passi da lui le tre piramidi sembrarono dargli il benvenuto. Per un attimo il suo cuore cessò di battere, era lì, dove voleva essere. La stanchezza l’abbandonò di colpo. Cominciò a correre verso quella centrale, la più grande. delle tre.
“Cheope.. Cheope”.
Pronunciò quel nome come fosse quello di una persona cara che non vedeva da tanto tempo.
Ora si! Ora Dario avrebbe scoperto da solo ogni mistero, ogni scritto lo avrebbe tradotto con la dovuta precisione.
Il mondo doveva solo aspettare ancora un po’ , e poi gli avrebbe dato in omaggio la vera storia inedita sul faraone più affascinante che la storia d’Egitto conobbe.
“Dario, Dario! Svegliati! Non la vuoi la cioccolata? E' pronta! “

Malefico Influsso



Il vento caldo aveva minato la mia energia, avanzavo lentamente sotto il peso della mia borsetta che ad ogni passo diventava un’insopportabile pesante zavorra, l’istinto mi suggeriva di buttarla via, se non fosse stato per il contenuto.. bel pensiero davvero, è proprio per il contenuto che la porto dietro mio malgrado.
Incrociando la gente coglievo il lamentarsi per quello stato di stanchezza che si avvertiva e che rendeva faticoso anche il semplice camminare, mi venne l’idea di allungare un po’ il mio tragitto attraversando il viale alberato a rridosso del Municipio, senz’altro sotto gli alberi avrei respirato meglio con grande beneficio della mia fievole andatura.
Finalmente mi trovai sotto le fresche chiome .. Fresche, era un eufemismo, mentre avanzavo sfiorandole mi resi conto che avevo avuto una pessima idea, quei rami ondeggianti si erano trasformati in lanciafiamme, ormai ero là e dovevo uscirne fuori prima di subire la trasformazione in statua lavica.
Qualcuno aveva avuto la mia stessa idea nell’attraversare quel tratto alberato, ma si era arreso.. Lo vidi abbandonato come un profugo sbattuto a riva da un’onda selvaggia , scompostamente seduto sull’unica panchina rimasta indenne dal vandalismo notturno.
Sembrava un burattino abbandonato con tutti i fili sparsi alla rinfusa sul suo corpo, i capelli neri che si sollevavano disordinati sotto il vento avevano sembianza di una sventolante e minacciosa bandiera corsara, mi venne da sorridere...
Alla mia vista il “profugo” tentò di sistemarsi in una posizione più dignitosa, lo vidi cadere, il suo scatto era stato troppo squilibrato e con una piroetta a mezz'aria fra la panchina e il suolo si era catapultato a terra.
Si sollevò di scatto, girandosi verso di me a controllare se mi fossi accorta dell’accaduto.. IL vento caldo, le fronde lanciafiamme, la spossatezza e la sua buffa espressione scatenarono in me l’effetto indesiderato.. la risata mi esplose incandescente, senza più freni, fino a provocarmi le lacrime e impedendomi di fare anche il più piccolo passo..
Non volevo, so che in questi casi bisogna “prestare soccorso”.. almeno chiedere se si era fatto male.. ma le mie membra e la mia mente erano sotto l'influsso del malefico e focoso Eolo..
L’infortunato rimase contagiato dalla mia ilarità e mi diede man forte.. anche lui , per mia fortuna, preda di quel rovente vento indisponente.

Politic business

Da Lunedì non ho più pace, i campanelli di casa mia sono letteralmente impazziti, citofono e telefono se la contendono alla grande, mi sento come il povero barbiere di Siviglia, “tutti mi vogliono, tutti mi cercano” , e pensare che a me è parsa sempre come un’opera divertente, povero Figaro.
Non so se rassegnarmi alla situazione per l’intero mese di Marzo o tagliare i fili che percuotono i “martelletti” del suono dei diabolici congegni.
A ogni mio “pronto?” s’innesca uno strano meccanismo , a volte mi appare come fosse registrato: “Carissima Francesca…da quanto tempo dovevamo sentirci, come stai??”.
Stessa cosa al citofono, dopo il classico “ chi è?” , parte l’altro nastro registrato “indovina un po’ chi è venuto a trovarti?”.
La cosa buffa è che a ogni voce “nuova” la mia mente sfoglia l’elenco dell’indovino per catalogare la voce ad un nome e un volto, niente, mi tocca chiederlo se per telefono, così come mi tocca aspettare che salga le scale per sapere chi è il novello conduttore di “lascia o raddoppia”.
Oggi me la sono defilata da casa, prevedevo che sarebbero arrivati pure i certosini con il classico campanello personale. Dopo avere sbrigato qualche faccenda burocratica, ho invitato un’amica a girovagare con me, ci siamo avventurarate fino al lago di Trepidò.. sole, caldo, lago stupendo e pinete dal verde ormai luminoso.. se non fosse stato per quel venticello freddo.
Non poteva durare quella pace infinita, il cellulare innescò la sua soave musichetta, ma non mi scomposi, le persone che hanno il numero sono ristrette, così risposi senza guardare chi mi stesse cercando.
“Carissima Francesca..” , non era possibile!! Al cellulare nooo!!
Appiccicai l’orecchio al ricevitore per captare meglio il tono della voce e riconoscerlo. Chi diavolo era? E come aveva avuto il mio numero?
"Sono Mario, possibile che non mi riconosca?”
"Mario, chi?" Non conosco nessun Mario, forse ha sbagliato ”
"Francesca!" Non è possibile, sono il Dr.T.Mario”.
"Eeeeeeeehh? Come hai avuto il mio numero di cellulare?”, sapevo chi era.
“Non sono riuscito a rintracciarTi e così ho telefonato a Tua madre..”
Mamma Ti strangolo ! “Ah, capisco, ciao Mario come stai?”
“Ti chiederai perché Ti cerco dopo tanto tempo, forse un anno o poco più”
“Molto più! Non mi pongo domande inutili, so che ci saranno le elezioni a breve quindi.. la somma è facilmente detraibile”.
“Francesca, lo so, ora Ti apparirò opportunista, ma vedi..”
"Ebbene si! Dimmi in quale partito Ti hanno infilato, facciamo in fretta, così ci togliamo il pensiero entrambi !”
“Dai Ti prego, non trattarmi così, lo sai che Ti voglio sempre bene”
“Certo che lo so, specialmente se Ti do il voto”
"Cattiva ! Non mi arrendo, non Ti dico in quale partito “mi hanno infilato” dobbiamo parlare a Tu per Tu, le cose vanno spiegate bene, così per telefono...”
“Certo Mario, dura come sono di comprendonio, magari capisco che sei nell’IDV e potrei combinare guai”
“Noooo, quale IDV, non dirlo neanche per scherzo”
Fregato! Era quello che volevo sapere … ehehehehhe.. ma naturalmente non glielo dico, mi limito a pensarlo.
"Non credo che avrò tempo per un tetè-à-tetè politique, sono molto impegnata in questo mese, faresti meglio a dirmi per quale partito sventoli la bandiera”
Non ha ceduto e ha molto insistito per lo storico incontro, così la prossima settimana dovrò sorbirmi il comizio in mio onore e in esclusiva , Santo Iddio!
Si sono organizzati i partiti in Calabria, hanno ripulito nel Busento, benedetto per l'occorrenza, le fedine penali dei noti dirigenti di partito, tutti gli inquisiti sono miracolosamente diventati incensurati e hanno avuto la bella idea di assoldare volti nuovi, puliti, di gente per bene.. e mentre rinchiusi nelle loro lussuose tane si dedicano alla preghiera, i secondini con nomi e volti integerrimi sono sgunzagliati come cani per il nuovo “politic business” del porta a porta!
Fantastico no? Non dobbiamo neanche più scomodarci per andare al comizio di piazza.. il comizio viene a domicilio!

I cannibali


Il “re dello zapping”, alias mio marito, come ogni sera dopo cena si accomoda nella sua amata poltrona, gambe distese sul morbido puff, telecomando in mano da sfogo alla sua eterna ricerca di qualcosa che lo rilassi ancora di più. Dalla cucina, dove termino di rassettare, mi accorgo dalle frasi che dice del personaggio che gli compare a ogni cambio di canale:
“brutto gnomo maledetto, ma chi Ti ci ha messo là? “ . Cambio.
“figlio di .. (non oso ripetere) .. ma sempre qua stai?.. un carcere zincato non basta per Te!”,. Cambio.
“Ma vai a fare la pubblicità alla dolce Euchessina, disgraziato!”,. Cambio.
“Ti raccomando, dai benedizioni e fregatene di chi muore di fame!”.. Cambio.
“Ma per piacere, ma vedi se Ti vesti che seii Tu quella senza opportunità”.. Cambio .
“Guardalo, guardalo, stò lecca.. , su Marte Ti devono spedire”… Cambio.
Finalmente sento un sottofondo di acqua che scorre, canti di uccelli e la voce del commentatore.. ha trovato ciò che cercava, un documentario.
Mi accingo a terminare un po’ di lavoro che mi sono portata a casa e nel silenzio sento chiara la voce del narratore :
“ormai siamo qua da un mese, con il capo tribù abbiamo istaurato un rapporto d’amicizia, la gente del villaggio ci tratta come loro simili e non stanno più a distanza come agli inizi. I bambini ci stanno sempre intorno, le donne ci preparano le loro specialità e gli uomini ci invitano a seguirli nelle loro battute di caccia o a pesca, i loro mezzi sono rudimentali ma la loro capacità nell’essere bravi cacciatori e pescatori è davvero sorprendente.
Quando arrivammo, fummo accolti con diffidenza, ma il capo tribù, che ha il compito di valutare ogni situazione, ci ha tenuti sotto sorveglianza per qualche giorno fino a rassicurare gli abitanti del villaggio che di noi potevano fidarsi.
Fu quella stessa sera che ci fu assegnata una capanna , ci fu chiesta l’età e visto che avevamo superato da tempo i vent’anni il capo ci disse che non era giusto dormire da soli, dopo quell’età ogni uomo e donna hanno il diritto di dormire in compagnia”.
Mi sfuggì un :”Ah però, che bella civiltà!”
“Donna lavora”, fu la risposta che ne ricevetti.
“La tribù è una delle poche che pratica il cannibalismo, entrati i in confidenza provo a fare qualche domanda al capo, il quale però non sembra ben disposto a parlare, sa che c’è una legge che proibisce questa pratica ma poi lentamente inizia a dire qualcosa sull’argomento".
Il cannibalismo non è una forma di nutrimento, ma un rituale necessario per l’intera società, chiedo maggiori spiegazioni in merito e lui mi dice:
“Vedi, a noi non piace mangiare la carne umana, ma quando uno di noi si comporta male, quando fa del male alla società, è cattivo con gli altri, ruba, uccide, o fa del male a donne e bambini, allora non ha diritto di vivere nella società, viene condannato da tutti”.
Si fa un processo, vi riunite per valutare i suoi torti e poi decidete come punirlo? – “Certo! Nel frattempo lui può andarsene lontano, poi quando è condannato noi, andiamo a caccia di lui, se lo troviamo, viene ucciso e poi mangiato da tutti”.
Perché questo? Perché lo mangiate? – “C’è un solo modo per togliere ad un uomo la possibilità di rincarnarsi, distruggere il suo spirito, e ciò può avvenire solo se altri uomini lo mangiano. Non possiamo permettere che un uomo cattivo torni ad altra vita per rifare ciò che ha fatto in questa”.
“ Ah però, ora so quale metodo Ti ci vorrebbe per non fare più zapping”
“Si? Quale?”
“Farteli mangiare, così il telecomando durerài più a lungo, e la società non correrà più rischi di ritrovarseli tra i piedi”
“Non pensare che mi tirerei indietro, a patto che me li prepari Tu!”
“Era solo un’idea… molto vaga tra l’altro”.. lo sento ridere.
Rifletto.. in effetti i tiranni sembrano rincarnarsi in fretta... quasi , quasi.. non sarebbe una cattiva idea .. non sono poi così selvaggi questi cannibali.

L'Ave Maria di Schubert


E’ toccato a me e a mia sorella l’onere di recarci in Chiesa per richiedere la celebrazione di una Messa in onore di una zia, morta il 28 Dicembre scorso, a Montpellier in Francia.
I figli, desiderando ritrovarsi insieme ai parenti residenti in Calabria, ci hanno chiesto di prenotare la funzione per il 16 Gennaio prossimo, con il desiderio d’avere l’’Ave Maria” di Schubert durante la celebrazione liturgica ed il favore di far suonare anche una canzone di Domenico Modugno, che alla madre piaceva tanto, alla fine della stessa Messa, così come era stato già fatto in Francia.
Mentre eravamo in auto, avanzai i miei dubbi sulla fattibilità della cosa, dissi che per l’Ave Maria non avrebbero dovuto esserci problemi ma per la canzone di Modugno il parroco si sarebbe irrigidito, se non addirittura inorridito, davanti a tale richiesta.
Quando ci trovammo davanti al parroco, gli esposi il desiderio avanzato dai miei cugini. Sgranò gli occhi e si alzò in piedi di scatto, come fosse stato morso da una tarantola, mi aspettavo che la reazione fosse per la canzone di Modugno e invece ci siamo sentire dire:
“Nooooooo, l’Ave Maria di Schubert proprio no, sapete bene che Maria in questione non è la Madonna ma la donna amata da Schubert, non se ne parla nemmeno”.
Il mio stupore davanti all’ ignoranza del parroco colse me di sorpresa : ”Maria non è la Madonna? Padre, ma che dice? Schubert la compose proprio per la Chiesa insieme alla “Messa” altra sua opera stupenda, e poi la donna amata da Schubert si chiamava Therese non Maria."
Dissi tutto di un fiato disorientandolo .
”Non se ne parla nemmeno, capisco che in Francia certe cose sono permesse, ma qui in Italia no, non si può suonare”.
Mi incavolai senza lasciarlo trapelare:
“Non è lo stesso Dio dei cattolici italiani quello francese?”,
la voce era innocente come il volo di una colomba bianca ma insinuosa come il morso di un serpente, al parroco andò storta e subito ribadì :
“la religione è la stessa, Dio è lo stesso, ma purtroppo, ed è giusto così, la cultura dei popoli influisce sulle regole religiose d’ogni Paese”
Questo crede che io sia proprio tonta, pensai, ma non volli proseguire e ingoiai l’indignazione che mi stava quasi soffocando, non riguardava me, ero lì per un favore chiestomi da persone care, meglio accettare senza tante discussioni piuttosto che farli arrivare sul luogo e dire loro che non ci sarebbe stata alcuna celebrazione.
Mia sorella che mi guardava con gli occhi sgranati, davanti al mio silenzio approfittò per sistemare le cose e avanzò prontamente la richiesta, a suo dire, di un bellissimo canto liturgico Al Ciel, felice il parroco le rivolse uno sguardo misericordioso e divinamente compiaciuto, accettò solerte decantando quanto fosse più bello e più idoneo dell’Ave Maria di Schubert.
Questa volta non mi trattenni :
“ Di certo meno peccaminoso, quando ci sono di mezzo le donne… c’è sempre una mela di troppo! “ .
Sorridevo angelica, ma il subdolo servo di Dio, che non è certo un idiota come vorrebbe far credere, mi rispose altrettanto angelicamente velenoso : “.. e un serpente di troppo!”.
“Fosse più di uno, un solo serpente non creerebbe tanti danni! “ .
Ci guardammo con determinazione entrambi, fu lui a rompere l’incanto con un :
” Vieni più spesso in Chiesa, non Ti vedo mai!”.
“Non mancherò “,
ma penso che non ci abbia creduto nemmeno per un attimo l’astuto servo di Dio.
Spiegai poi a mia sorella che non è vero che in Italia non può essere suonata in Chiesa la composizione di Schubert, questo dipende dalla diocesi o dall’ottusità mentale di qualche parroco “obiettore di coscienza” alias maschilista incallito.
Le ragioni spesso sono che viene inserita all'interno della S. Messa, e dal punto di vista liturgico l'invocazione alla Vergine non rientra nelle tematiche del sacrificio eucaristico.
L’'Ave Maria non andrebbe cantata né all'Offertorio né alla Comunione semplicemente perché è una preghiera non adatta alla circostanza, di fatto è che la Madonna è donna e non può primeggiare sulla celebrazione del sacrificio di Cristo.
Certo il testo originale in tedesco non recita la classica nota Ave Maria, ma è comunque una preghiera che Schubert rivolse alla Madonna per chiederle sollievo alla sua perenne malinconia.

L' "assassino" dagli occhi di ghiaccio


Quella notte non riuscì a dormire, che stupida ero stata, se solo non mi fossi lasciata prendere dal panico, ora non potevo più chiederglielo il titolo, sarebbe stato un atto di sottomissione da parte mia….figuriamoci , ribelle com’ero! Pensai a mille modi di riuscire nel mio intento, alla fine m’addormentai spossata sognando quegli occhi di ghiaccio.
Trascorsero altri due giorni con quel chiodo fisso nella mente, ma quella sera il titolo lo avrei ottenuto a qualunque costo, tranne che chiederglielo, ovviamente.
Quando fui ad un passo dal suo steccato respirai profondamente, come prima di un tuffo in acqua, ed avanzai….c’era!!!
“L’italiana”
Quella voce mi fece di nuovo tremare come un fuscello.
“Buona sera”
Ostentavo la calma superficiale di un mare in tumulto nei suoi abissi, nel salutare lanciai uno sguardo a quelle mani eleganti che reggevano il libro,lo aveva rivolto in modo da inclinare la copertina con la scritta verso le sue ginocchia, vedevo il luccichio dell’oro , ma leggere era impossibile...
Tutto si svolse in un attimo, il cane scemo di “occhi di ghiaccio” si mise a correre abbaiando disperato dietro ad una farfalla, lui ebbe uno scatto e sollevò le mani...
Colsi l’occasione, come un gabbiano in volo afferra il cibo i miei occhi furono sul libro, lessi velocemente …frazioni di secondi, lui reclinò le mani rendendosi conto che poteva avermi dato l’opportunità di leggere …mi guardò, pietrificata lottavo fra lo svenimento ed il contegno. Ressi !
“E’ un cane italiano”
“Meglio di quelli tedeschi, avrebbe rincorso patate”
Cominciai a recitare l’Ave Maria.
“Martha !!!”
La sua voce tuonò come il gong del boia, la donna con il camice bianco arrivò, si fermò dietro di lui e cominciò a girare la sedia a rotelle, “l’assassino dagli occhi di ghiaccio” non mi degnò più di uno sguardo e sospinto da Martha svanì dentro la portafinestra che dava sul giardino.

Il pomeriggio del giorno seguente, mi ritrovai ad aspettare il tram per recarmi in città dove avrei raggiunto la grande biblioteca di fronte alla Kantonsschuhle, la signora dell'archivio mi conosceva bene, appena mi vide sottovoce mi chiese :
"Dimmi, cosa devo cercarti ora? "
"Albert Kesselring".*..le dissi sicura.
Sgranò gli occhi, neanche se le avessi chiesto d'arrampiccarsi sul K2,, rassegnata andò a prendere la lista degli autori , lettera A naturalmente, le pagine che contenevano gli Albert erano davvero tante ma alla fine lo trovò,
Fortunatamente c'era da scegliere solo fra due titoli di libri scritti da quest'autore, non esitai, mi venne in mente il luccichio in oro di una S.
"Questo , è questo" esultai.
"Ma come mai cerchi questo libro? Non è adatto alla tua età e poi non l'abbiamo, ne sono state stampate poche copie, non fa per te ".
"Me lo deve ordinare, la prego la prego, la prego"
"Ma sei minorenne, non posso proprio"
"Meine liebe Frau *....Lei è il mio angelo, non può dirmi di no"
"Vedrò cosa posso fare, finirò nei guai con te, un giorno o l'altro"
L'abbracciai ringraziandola e le dissi che sareri tornata in settimana per il libro, da sopra i suoi occhiali mi lanciò uno sguardo fra il disperato e il tenero, amava le mie effusioni d'affetto.

Ritornai di corsa verso la stazione dei tram, guardai l'ora, il tempo d'arrivare correre fino alla villa, sperare di trovarlo in giardino prendermi la mia bella rivincita e poi tornare a casa, avrei fatto tardi, mi sarei dovuta sorbire il terzo grado di mia madre , ma non mi importava nulla.
Arrivai davanti a quello steccato con il cuore che non aveva più battiti ma l'irruento scorrere di un fiume in piena, rallentai per prendere fiato...camminai decisa e mi parai davanti al cancello, era in giardino, sembrava stesse aspettando proprio me....i suoi occhi glaciali mi guardarono decisi in attesa di ciò che stavo per dirgli :
"Soldat....bis....zum....letzten...tag..." *
Lo scandì lentamente e piena d'orgoglio.
Gli antichi greci sbagliavano nel pensae che Giove lanciava con le mani i fulmini sulla terra ....no, lo faceva con gli occhi, perchè in quell'attimo fui trafitta da mille fulmini.
"Ce l'hai fatta, ma non potrai mai leggerlo!!".
La sua voce sembrava uscire dall'antro di una caverna .
Indietreggiai spaventata e con le ultime forze che restavano nel mio esile corpo cominciai a correre verso casa.
Ancora non sapevo quanto "l'assassino dagli occhi di ghiaccio" sarebbe stato importante nella mia vita.

* Meine liebe Frau : mia amata signora.
*Soldat bis zum letzten tag : Soldato sino all'ultimo giorno

"Albert Kesselring" : fu uno degli ufficiali nazisti più spietati, fedelissimo di Adolf Hitler , comandante delle forze aeree prima, divenne poi comandante supremo, col grado di Feldmaresciallo, di quasi tutte le forze armate tedesche. Prese parte a tutte le operazioni militari durante la secona guerra mondiale in Europa, sul Mediterraneo ed in Africa. In Italia fu uno dei più sanguinari, fece giustiziare molti civili, oltre alle deportazioni di massa degli ebrei. Responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Dopo la seconda guerra mondiale fu condannato a morte per crimini di guerra, poi la sentenza fu comutata in ergastolo ed alla fine fu scarcerato a causa delle sue condizioni di salute. Visse tranquillamente fino alla fine dei suoi giorni .Morì nel 1950.

L' "assassino" dagli occhi di ghiaccio


Un giorno d’estate un po’ anomalo quello di oggi, un caldo statico avvolto da una strana coltre di luce rosa, come se il sole filtrasse da dietro una tenda.
Non un alito di vento, c’era aria di pioggia, non è caduta neanche una goccia d’acqua, aspettavo l’odore bagnato della terra. che d’estate sa di buono come la fragranza del pane appena sfornato.
Me ne stavo seduta sulla sdraio in terrazza, e cercavo con lo sguardo forme indefinite fra le nuvole bordate di rosa intenso.

La mia mente si rifiutò di inseguire eteree figure, varcò i confini del tempo tornando ad una sera come questa, stessa luce , stessi colori , era la metà degli anni settanta, tornavo dalla palestra con il mio zaino sulle spalle, esile come un fuscello, lunghi capelli neri ondulati fin sulla schiena…lo sguardo attento a quella strada ad alta velocità che avrei dovuto costeggiare lungo il tragitto che mi portava a casa.
Camminavo lentamente, ero arrivata al punto in cui c’erano le ville, dodici ville, ognuna recintata da un giardino ricco di piante e fiori, gli svizzeri amano tanto le rose, il loro profumo lo ricordo ancora, inondava per lungo tutta la strada.
La sesta villa era quella sulla quale la mia mente. allora ancora più fervida , l’aveva etichettata come la “villa del mistero”, quante storie di omicidi e di spionaggio ci avevo ricamato sopra, con quello strano individuo seduto sulla sua sedia a rotelle, con un plaid a scacchi rosso, blu e nero sulle ginocchia ed un libro rilegato in pelle scura con le scritte d’oro.
Dalla quinta villa camminavo ancora più lenta, ogni sera mi proponevo di leggere quel titolo…senza che lui se ne avvedesse,
Il mio sguardo cercava discreto di riuscire a catturare almeno una lettera a sera, ma ogni volta era la stessa storia, appena il mio piede era all’altezza del cancello sentivo su di me lo sguardo gelido dell’”assassino”, no, non era una sensazione , quello sguardo di ghiaccio mi scrutava mi seguiva senza neanche muovere le palpebre, come se fissasse un punto lontano, ma erano su di me.

Sentivo i brividi corrermi lungo la schiena, avrei dovuto camminare più svelta, ma per tutto l’oro del mondo non gli avrei mai dato la soddisfazione di vedermi impaurita, mi raddrizzavo di più sulla schiena, mentre in cuor mio pregavo le gambe di non tradirmi…la lettera, dovevo rubare con gli occhi almeno una lettera….avevo le mani sudate…quel libro io glielo avrei rubato.
Quante volte immaginavo di correre velocemente , saltare quel cancello di legno che non era molto alto, rubargli il libro, magari inseguita dal suo cane bassotto che abbaiava pure ai fili d’erba tant’era chiassoso, tutto il contrario del suo padrone, e a perdifiato risaltare la siepe …finalmente con quel libro fra le mie mani.
Le gambe erano vigliacche, ecco perché non avrei mai potuto farlo…le sentivo pesanti, contavo i passi, da una parte all’altra erano cinquanta….38….39….40….

“Perché non me lo chiedi ?”
La voce era metallica, mi trapassò l’intero corpo come uno spillo, pensai a mia madre, mi sentivo già morta….girai lo sguardo ed incontrai il suo, lo spillo non smetteva di pungere in ogni dove ed il ghiaccio degli occhi mi pietrificò come fossi davanti alla Medusa.
“Allora? Non parli la mia lingua? “
“Oooh si”, fu tutto quello che riuscì a dire.
“Avanti chiedimelo”
“Cosa, scusi? “
“Il titolo del libro, non è questo che vuoi sapere?”.
Oltre ad essere “assassino” sapeva pure leggere nel mio pensiero. Lo guardai senza dire una parola, avevo la gola secca, ma cosa poteva mai capire lui ?
“Bene, se non vuoi saperlo, non Te lo dico ! Italiani, tutti vigliacchi !”
Il mio sangue passo dal gelo al fuoco, cosa aveva detto ?
Italiani vigliacchi ? Lui l’ “assassino di ghiaccio”?
Io ero lucifero….”Come ha detto scusi ? Ho capito bene?”
“Non voglio essere disturbato !”
“Io non voglio essere offesa, vigliacco c’è Lei e tutta la Sua stirpe ! “
Alzò lo sguardo, il fuoco si spense di botto…mi piombò addosso l’intera banchisa polare, perché l’avevo fatto?
Ma non mi mossi di un passo, vivere o morire ormai mi era indifferente, quel vecchio senza gambe non l’avrebbe avuta vinta.
“Va bene, non sei vigliacca, ma il titolo del libro non te lo dico”
“Non gliel’ho mai chiesto ! “
Ripresi fiera il mio cammino verso casa con il suo sguardo che mi accompagnò fin quasi all’ultima villa.

(prima parte)