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25 Aprile 2012


A partire dal 1925 la dittatura fascista compie una svolta radicale nella direzione totalitaria. L’approvazione delle leggi liberticide e l’istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato costituiscono una minaccia ed una sfida ad ogni forma di opposizione. La repressione del dissenso assume l’aspetto di una persecuzione, che costringe l‘antifascismo all’azione clandestina e alimenta le file dell’emigrazione politica.
Pietro Costa, venuto a Milano in cerca di lavoro, si trova al fianco di altri anarchici impegnati nella propaganda e nella lotta contro il regime. Il suo apprendistato antifascista risale ad alcuni anni prima: già nel ‘23 è stato licenziato dalla Ferrovia per la condotta politica e per l’adesione agli scioperi.
A Milano il gruppo anarchico è impegnato a dar vita al cosiddetto "soccorso rosso", per la diffusione di opuscoli di propaganda e la distribuzione di denaro alle vittime politiche e ai loro famigliari. E' un’attività rischiosa, che si spinge fino a Verona e alle località limitrofe e che è collegata con gli antifascisti italiani emigrati in Svizzera. Giuseppe Peretti, un ferroviere residente a Bellinzona, cittadino svizzero, mantiene i contatti tra le vittime politiche d’oltralpe e gli anarchici italiani. A Milano il Peretti viene spesso ad incontrare Pietro Costa, che si nasconde sotto il nome di Pietro Pasini, per la consegna del denaro raccolto all’estero.
A lungo andare la polizia raccoglie alcuni indizi e si mette sulle tracce del gruppo anarchico. La sera del 26 gennaio 1929 il Costa viene visto al Caffè "Gino" a Porta Volta con due sconosciuti, tra i quali verrà poco dopo identificato Giuseppe Peretti. La trama del "soccorso rosso" finisce ben presto sotto il controllo della polizia. Nel corso degli interrogatori, che precedono il procedimento penale, gli inquirenti vogliono conoscere a tutti i costi nomi e fatti dell’organizzazione "sovversiva" e si procurano le prove sufficienti per trascinare gli imputati davanti al Tribunale speciale, per il reato di "ricostituzione del partito anarchico".
Il giovane Costa deve affrontare una delle esperienze più difficili della sua vita, un vero trauma che lo perseguiterà a lungo come un incubo. Messo a confronto con gli altri imputati, di fronte alle prove schiaccianti e alla morsa stringente degli interrogatori, gli diventa impossibile tenere nascosta la propria identità e fingere di ignorare i compagni coinvolti nella medesima accusa. Ciò è sufficiente per esporlo alle critiche di quanti, mossi da personale rancore, contribuiscono a diffondere un’interpretazione distorta dei fatti. Ma sull’antifascismo irriducibile, che Pietro Costa ha scontato sulla propria pelle, non ci sono dubbi; lo stesso non può dirsi di alcuni suoi avversari, che hanno atteso il passaggio della bufera per atteggiarsi a paladini delle libertà riconquistate.
Più tardi, a Lecce, Pietro Costa condividerà il carcere con molti compagni comunisti, di cui potrà ammirare il coraggio, lo spirito di sacrificio e di solidarietà. Sarà un incontro fondamentale, che gli aprirà nuove prospettive di lotta contro il fascismo e che gli farà abbracciare la stessa fede politica di Antonio Gramsci, allora languente nel carcere di Turi.
Nuova esca si offrirà al rancore di avversari ed ex compagni. Ma Pietro Costa, si sa, è sempre stato una persona scomoda a molti del suo paese, soprattutto a quanti non hanno mai conosciuto confini tra mormorazione ed infamia.
Il 30 novembre 1929, Pietro Costa e gli altri anarchici, finiti nel carcere romano di Regina Coeli, vengono trasferiti ai Palazzo di Giustizia (il cosiddetto "Palazzaccio"), per essere giudicati dal Tribunale speciale. Presiede Antonino Tringali Casanova, uno dei fedelissimi del regime, che diverrà ministro della Giustizia nella repubblica di Salò.
Gli imputati vengono rinchiusi in camera di sicurezza, in attesa della conclusione di un processo apertosi alle 9 di quella stessa mattina. Questo è il ricordo che Costa ci ha tramandato: "... Si stava “celebrando” un processo contro un antifascista, di cui non conoscevamo il nome. Dopo poco udimmo un grido: "Viva il socialismo”, seguito, fra uno scalpiccio sul pavimento di legno (erano i carabinieri che tentavano, come di solito, di impedire al recluso di gridare), da un “Abbasso il fascismo”... Un attimo dopo si spalancò la porta e ne uscì il condannato quasi buttato tra le braccia del maresciallo dei carabinieri che comandava la nostra scorta. Pertini, lo sapemmo dopo che era lui il condannato, fu accompagnato nella camera di sicurezza in attesa che finissimo noi, per riportarci tutti a Regina Coeli...".
Sandro Pertini, mal sopportando l’esilio in Francia, è entrato in Italia con un passaporto falso nel marzo del 1929. Viene arrestato a Pisa in seguito alla denuncia di un delatore, che lo ha riconosciuto in un incontro con Ernesto Rossi. Il 30 novembre successivo compare davanti al Tribunale speciale; dopo di lui, in quella stessa mattina, devono essere processati gli anarchici identificati a Milano. Sono presenti in aula molti giornalisti, tra i quali gli inviati speciali dei quotidiani svizzeri, perché tra gli imputati figura il cittadino elvetico Giuseppe Peretti. E' una buona occasione per provocare i giudici, gridando un’accusa contro l’odiato regime, tanto più che la condanna, pronunciata da un tribunale di partito, è scontata. Quando il presidente comincia a leggere la sentenza, Pertini, facendo appello a tutto il suo coraggio e cogliendo di sorpresa i carcerieri, lancia quel duplice grido, che giunge fino agli orecchi degli altri imputati chiusi in camera di sicurezza. "Tringali Casanova era pallido — rammenta Pertini — il pubblico ministero mi guardava con una faccia che se fosse stato un coltello mi avrebbe ammazzato, soprattutto perché sapeva che c’erano degli stranieri fra il pubblico, quei giornalisti svizzeri che prendevano nota sui loro taccuini".
Sandro Pertini viene condannato a dieci anni e nove mesi di reclusione per "menomazione del prestigio nazionale all’estero e attività sovversiva". Gli altri imputati, processati subito dopo e condannati per "ricostituzione del partito anarchico", vengono ricondotti in camera di sicurezza. "Pertini che era seduto in un angolo sulla panca murale — ricorda Pietro Costa — si alzò e, ribassato il bavero del cappotto, disse: “Ecco dieci anni digeriti”. Ci raccontò poi l’episodio della fuga di Turati da Milano e del viaggio in motoscafo, del guasto al motore in alto mare, sotto una pioggia battente e dell’arrivo nel porticciolo còrso...
Con Pertini ci rivedemmo dopo circa un mese nella sala di transito del carcere, dove eravamo ammucchiati con tanti altri detenuti “comuni” in attesa di partire per la nostra destinazione; Pertini per Santo Stefano ed io per Lecce. Ci fecero salire sul treno diretto a Caserta e chiusi ognuno nel proprio abitacolo del vagone cellulare. Durante il viaggio ci scambiavamo saluti e frasi di... circostanza. Ad una di queste: “sursum corda!”, Pertini replicò: “Su su per la corda”, come traduceva Farinacci...".
Due anni di carcere scontati a Lecce non furono mai barattati da Pietro Costa, con una domanda di grazia. La madre, Maria Pasini, si era interessata alla sua scarcerazione con l’aiuto di una parente monaca a Fognano. Ma Costa rifiutò di compiere quel passo, per “espiare fino in fondo”, come diceva, ciò di cui era stato accusato.
Come sovversivo schedato non ebbe vita facile per tutta la durata del regime. Ritornò in carcere il 19 giugno 1943, quando fu arrestato a Castelbolognese e trasferito a Ravenna, dove rimase fino al 23 agosto successivo.
In quello stesso mese arrivava la libertà anche a Sandro Pertini, dopo la lunga reclusione, che aveva avuto inizio dall’"ergastolo" di Santo Stefano.
Nel luglio 1978 Sandro Pertini viene eletto alla più alta carica dello Stato. La stampa si diffonde nella biografia del neopresidente e ne rievoca l’esemplare milizia politica. Pietro Costa ne conserva un ricordo personale e allo storico Paolo Spriano, autore di un profilo del coraggioso antifascista, invia il racconto scritto di quel processo, ormai lontano nel tempo, ma sempre impresso nella memoria. E' una testimonianza interessante, che Spriano fa conoscere al Presidente della Repubblica. La risposta del Quirinale non si fa attendere a lungo, con parole di viva gratitudine che Pertini scrive di suo pugno a Pietro Costa. E' un messaggio spontaneo, dettato dal ricordo indelebile di un’esperienza che il presente ha reso ancor più significativa.
Il ricordo di quel duplice grido era ritornato alla mente di Sandro Pertini, quando gli era stata annunciata l’elezione alla presidenza della Repubblica.
E' il primo pomeriggio di sabato 8 luglio 1978: a due giornalisti che sono riusciti, non senza difficoltà, a raggiungerlo, Pertini dice soddisfatto: "Davanti al Tribunale speciale che mi condannava al carcere, ho gridato: “Viva il socialismo! Abbasso il fascismo!”.
Il ricordo diventa un commento, che sottolinea il significato più vero di quella elezione. Si apre una pagina nuova nella storia della Repubblica, si avverano le parole, quasi profetiche, scritte da Piero Gobetti ad un amico nel lontano ‘25: "Esiste in Italia un gruppo di uomini nei partiti e fuori dei partiti, gente che non ha ceduto e non cederà... Anche se pochi, rimarranno come un esempio per la classe politica di domani... La loro rettilinea protesta salva i quadri dell’Italia politica futura".


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Quando Sandro Pertini e Pietro Costa intrapresero la strada della Resistenza erano giovani. 26-anni Pertini e 22-anni Costa.

Questa E' La Stampa...Bellezza...


di



Caro Luigi, ho pensato anche io in questi giorni alla questione. Devo dirti che il direttore Tinti ha teoricamente ragione. E lo scenario prospettato è teoricamente giusto.
Ti chiederai perché insisto con "teoricamente".

Bene: in realtà se leggiamo attentamente la legge, e leggere attentamente una legge, come sai, vuol dire leggerla alla luce dei canoni ermeneutici sia letterali che sistematici, cioè rapportando quei canoni al sistema complessivo di norme nel quale la nuova legge si cala e con il quale deve inevitabilmente armonizzarsi (diverse volte la magistratura ha applicato una legge in modo formalmente diverso da quello che a prima vista avrebbe dovuto essere il modo corretto perché l'interpretazione è stata orientata, necessariamente, dal senso che quella legge doveva conservare rispetto alle altre norme esistenti), se leggiamo attentamente la legge, dicevo, scopriamo che in effetti ciò che il signor B e i suoi compagni di associazione (per delinquere) proprio non vogliono - e in questo senso hanno scritto la norma - è che vengano pubblicate le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche.
Mi spiego meglio: la ratio normativa è tutta nella volontà del legislatore di tenere riservati i contenuti delle intercettazioni telefoniche fino all'inizio del dibattimento, del processo pubblico. Contando sul fatto che il dibattimento si aprirà dopo anni dall'indagine e intanto tutti vivono felici e contenti. Tutte le fasi precedenti infatti sono caratterizzate, sebbene gli atti processuali siano conoscibili e dunque pubblicabili, da udienze camerali e dunque da assenza di pubblicità reale. C'è differenza tra atti conoscibili e atti pubblici. La conoscibilità può non fermare la pubblicità, ma il grado di questa pubblicità può essere rimesso alla discrezionalità del legislatore.
Possiamo naturalmente sostenere, ed è giusto sostenerlo, che un legislatore che approfitti della discrezionalità per ridurre a tal punto la pubblicità degli atti conoscibili da eliminarla del tutto sia un cattivo legislatore, un legislatore che tende di fatto alla censura pur senza avere il coraggio politico d'imporla e, prima ancora, consapevole di non poter contare su alcuno strumento giuridico per farlo. Almeno, finché il sistema è democratico e regolato dall'attuale Costituzione. Ma questo dovrebbe essere un argomento buono per assumere decisioni, appunto, politiche di contrasto: ad esempio sfiduciando un legislatore siffatto.

Diverso è il taglio della questione sul piano tecnico: un'eventuale eccezione di costituzionalità potrebbe infrangersi contro una linea che la Consulta più volte ha riconosciuto e applicato: la norma, stricto iure (andando cioè al sodo) non viola alcun parametro costituzionale perché la "stretta" rientra nella discrezionalità del legislatore. Una discrezionalità discutibile, ma tecnicamente legittima.
Il legislatore infatti, andando al sodo, non impedisce di raccontare che è in corso un'indagine, quali sono gli indagati, per quali reati si procede, non impedisce di spiegare cosa è successo. Soltanto, impedisce di pubblicare integralmente ciò che è stato procurato agli inquirenti attraverso uno degli strumenti di quell'indagine. Successe lo stesso con il reato di clandestinità: il legislatore può, nella sua discrezionalità, decidere cosa è reato e cosa no. L'unico limite è la coerenza del sistema complessivo.
E allora torniamo al "teoricamente": le intercettazioni sono uno strumento d'indagine, sono il mezzo non il fine. Un po' come potrebbe esserlo un'informativa riservata della polizia, oppure la dichiarazione di un confidente, oppure ancora un video girato di nascosto dalle forze dell'ordine durante uno scambio di droga.
Oppure, ed è l'ultimo esempio che non a caso ho tenuto alla fine, le notizie che un infiltrato in un'associazione di narcotrafficanti passa agli investigatori per consentire gli arresti.
In questi casi le ordinanze cautelari, i documenti dell'indagine che vengono depositati e consegnati alle parti, prima del processo, esaminati dal riesame, insomma tutti i documenti che rientrano nella categoria degli atti conoscibili, e dunque pubblicabili quantomeno "per estratto o per riassunto" (come dice il codice), in questi casi fanno genericamente riferimento al fatto che le notizie sono state acquisite attraverso una relazione, una testimonianza riservata o un infiltrato, ma in nessuno di questi documenti saranno trascritte per filo e per segno tutte le pagine che quella relazione o quell'infiltrato ha a suo tempo consegnato agli inquirenti.

E dunque questo vuol dire che decidere di non consentire la pubblicazione PER ESTESO di ciò che è stato raccolto grazie ad uno dei MEZZI adoperati per l'indagine, come le intercettazioni, non vuol dire impedire la pubblicazione delle notizie relative all'indagine tout court.
Ecco perché la Corte Costituzionale potrebbe trovare compatibile il divieto di pubblicazione delle trascrizioni delle intercettazioni con il diritto di cronaca e, più tecnicamente, con la necessaria - sebbene ridotta - pubblicità degli atti d'indagine prevista per le fasi precedenti al dibattimento e fondata sulla conoscibilità di quegli atti.
L'informazione di garanzia, ad esempio, è pubblicabile: non letteralmente, non parola per parola, ma il fatto che un pm abbia emesso un'informazione di garanzia nei confronti del signor B per il reato, ad esempio, di favoreggiamento della prostituzione, rientra - e continuerà a rientrare nonostante la nuova legge in discussione - tra le notizie conoscibili e dunque pubblicabili per il solo fatto che quell'informazione di garanzia è stata notificata all'interessato. Anche se in quel momento l'interessato, magari perché era in viaggio all'estero e impegnato in una dacia russa con procaci russe, non l'ha ancora vista nè tantomeno letta.
La pubblicabilità è una conseguenza della presunzione legale di conoscenza. Veniamo quindi, in concreto, a cosa potrebbe succedere: uno scenario alternativo a quello ipotizzato dal direttore Bruno Tinti.
Un gip cattura un magnaccia che ha procurato puttane a B motivando il suo provvedimento con i risultati delle indagini del pm. Tra questi ci sono le trascrizioni di intercettazioni di conversazioni telefoniche nel corso delle quali B promette lucrose consulenze e ancora più lucrosi appalti al magnaccia e ai suoi amici; e anche manifesta preferenze per pratiche sessuali particolari e aspetto fisico delle donne con cui vuole accoppiarsi. Il magnaccia e il suo avvocato si leggono il provvedimento del gip che, per legge, da quel momento è pubblico (in realtà non è pubblico ma pubblicabile perché conoscibile: che vuoi farci, Luigi, la legge italiana è un po' bizantina ma la precisazione ha la sua importanza ermeneutica). Il Fatto NON pubblica le trascrizioni ma racconta quali sono le accuse, racconta quando è nata l'indagine, chi è coinvolto, quando è stata avviata, quali sono - se il provvedimento di cattura le indica - le puttane. E così via.
Mi pare che ce ne sia abbastanza per suscitare interesse nel lettore, per suscitare indignazione laddove fosse necessario e, insomma, per capire che sia il magnaccia che B non sono persone dabbene.
Almeno, credo sinceramente che debba essere così, in un Paese normale.

In un Paese che non abbia bisogno di leggere a tutti i costi sui giornali le trascrizioni parola per parola delle intercettazioni per capire che l'indagine è seria e gli indagati persone che andrebbero cancellate dalla vita pubblica.
Affinché ciò accada sarebbe sufficiente che i gip e i pubblici ministeri invece di fare "copia-incolla" dai file word trasmessi dagli investigatori che hanno trascritto le intercettazioni, riempiendo migliaia di pagine sostanzialmente inutili ai fini della contestazione del reato, di quei file facciano un resoconto, a parole loro, in forma libera, quel tanto che basta per dimostrare, da parte dei pm, al gip che la cattura richiesta è sufficientemente motivata da validi indizi e, da parte del gip, al tribunale del riesame che il provvedimento di cattura è fondato su elementi realmente esistenti.
Quelle intercettazioni, quelle trascrizioni, così come le relazioni di polizia giudiziaria o i video girati di nascosto per documentare il reato, sono a disposizione sia dei giudici che della difesa. Il fatto che siano a disposizione però, come già accade, non comporta - mi pare che non comporti - la necessità di pubblicarli, da parte dei giornali, ché altrimenti senza di essi quasi la notizia non esiste.
La notizia è nel fatto che B è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione minorile, o per corruzione, o per falso in bilancio (se non fosse stato abrogato), o per subornazione di teste. E così via. Per spiegare ai lettori cosa è successo non credo siano necessarie migliaia di conversazioni che, oggettivamente, contengono anche riferimenti a circostanze che con l'indagine poco hanno a che fare.
Affinché ciò accada, ripeto, sarebbe indispensabile che i magistrati inquirenti imparino a scrivere, invece di adoperare soltanto la funzione copia incolla.
Proprio come accadeva quando le intercettazioni non esistevano. E, anche se la gente sembra non ricordarlo più, le prime intercettazioni telefoniche sono state utilizzate in un processo per traffico di stupefacenti nei confronti del clan mafioso dei Nuvoletta, a Napoli, nel 1974. Il pubblico ministero che le utilizzò si chiama Italo Ormanni e può testimoniarlo, essendo ancora in vita ancorché in pensione da qualche mese.
E per giunta i giornali, che di quell'indagine raccontarono tutto anche perché fu arrestata - prima e unica volta nella storia - un'ambasciatrice in Italia di un Paese del centro - America - non ebbero necessità di pubblicare le trascrizioni delle intercettazioni. Così come non vengono pubblicate le trascrizioni delle intercettazioni eseguite nelle indagini per omicidio, o per associazione mafiosa. Eppure ti posso garantire che ci sono fiumi di intercettazioni.
La verità è che si tratta di conversazioni meno... divertenti. Dove c'è meno gossip. Anzi, non ce n'è per niente.
Ma il fatto che non siano state pubblicate - e che, soprattutto, i pm e i gip non ne abbiano riportato centinaia di pagine all'interno delle misure cautelari quelle sì, lo ripeto, pubblicabili e che resteranno tali - non mi sembra abbia impedito ai lettori e all'opinione pubblica di sapere e capire che Provenzano e un mafioso e che Brusca ha schiacciato il bottone del telecomando che ha ucciso Giovanni Falcone, la moglie e la scorta.

Un ultimo esempio, per chiarire: quando pubblichiamo la notizia di una condanna, alla fine di un processo, nessuno si sogna certo di pubblicare, anche, parola per parola, tutte le dichiarazioni dei testi dell'accusa che hanno portato alla decisione del tribunale di condannare. Nonostante, te lo assicuro, spesso in quelle dichiarazioni, rese nel corso di ore, settimane, mesi, anni di dibattimento ci siano spesso risvolti, notizie, osservazioni, considerazioni, collegamenti, nomi, fatti, circostanze, che sarebbe assai... gustoso conoscere.
Intendiamoci, per concludere: non voglio dire che la "legge bavaglio" sia una buona legge. Intendo dire che, come sempre, quando bisogna combattere contro i delinquenti ciò che conta è trovare le armi giuste.
Uno scenario come quello che ti ho descritto potrebbe facilmente "sterilizzare" la malafede del legislatore dimostrando ancora una volta che, come diceva Humphrey Bogart, "questa è la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente".
Roberto Ormanni

Auguri Giudice Forleo

NON ANDAVA TRASFERITA
di
Bruno Tinti

Vi ricordate di Clementina Forleo? Nel gennaio 2005 le capitò un processo per associazione terroristica: trasferivano soldi in Iraq e fornivano documenti falsi. Condannò gli imputati per i documenti falsi e li assolse per l’associazione terroristica. Disse che il loro paese era in guerra e che quelli erano atti di guerra e non di terrorismo.
La cosa non piacque per niente ai politici e nemmeno alla maggior parte dei cittadini, eccezion fatta per quelli che capivano di diritto.
Poi la Corte d’appello confermò la sentenza; ma lei rimase per tutti il giudice che proteggeva i terroristi.
Anche perché era proprio sfortunata.
Pochi mesi dopo questa sentenza, nel luglio 2005, mentre passeggiava per Milano, vide due poliziotti che prendevano a calci un tizio steso a terra; la gente intorno applaudiva.
Lei intervenne per fermare il pestaggio.
I poliziotti le chiesero trucemente i documenti e poi la querelarono per ingiurie e diffamazione. Il povero massacrato (un egiziano) non fu nemmeno arrestato, forse non aveva fatto niente? Poco dopo uno dei due poliziotti fu cacciato dalla Polizia: una telecamera lo aveva ripreso mentre pestava un peruviano ammanettato.
Il processo a Forleo durò una vita e si concluse con l’archiviazione.
Csm, Anm e partiti tradizionalmente vicini alla povera gente non le espressero solidarietà; forse perché, nel frattempo, a Clementina gliene era capitata un’altra: il processo per le scalate bancarie (giugno 2005).
I telefoni avevano chiacchierato tanto e, tra gli altri, erano stati beccati D’Alema, Fassino e Latorre. “Facci sognare”, “Ho parlato con Bonsignore, se vi serve resta, evidentemente è interessato a latere a un tavolo politico” (D’Alema a Consorte), “Noi lanciamo l’Opa quando abbiamo il 51 per cento. Noi abbiamo già in mano il 51 per cento” (Consorte a Fassino), “Speriamo di andare in porto” (Fassino a Consorte), “Non è che non abbiamo soldi per farla, è che non possiamo farlo se no ci accusano di aggiotaggio e di insider. Quindi chi deve comprare deve essere un terzo” (Consorte a Latorre), “Uhm vabbè, no perché domani mattina allerto Massimo su queste cose” (Latorre a Consorte).
Di quello che dicevano questi onorevoli non gliene fregò niente a nessuno, per la pubblicazione delle telefonate (all’indomani dell’arrivo in Parlamento della richiesta di autorizzazione) successe un casino. Ad Annozero Clementina disse che aveva avuto un sacco di grane (ma va?) e così le fecero un procedimento disciplinare (da cui venne assolta) e uno per trasferimento di ufficio.
D’Alema, Fassino e Latorre, nemmeno iscritti nel registro degli indagati.
Tra i componenti del Csm che “curarono” Forleo c’era tale professoressa Vacca che, mentre erano in corso i processi, raccontò a giornali e televisioni che Forleo (e De Magistris, ma guarda che combinazione) erano “cattivi magistrati”, “figure negative”, espressione di una “magistratura non seria” da sanzionare per il loro comportamento “devastante”.
Un giudice che anticipa la sentenza! Da cacciare in malo modo.
Invece niente: Vacca partecipò alla decisione e Forleo venne trasferita. Finì a Cremona e li lavora tranquilla.
Adesso arriva il Consiglio di Stato: il processo del Csm era nullo: l’astensione della prof. Vacca andava valutata (qualsiasi modesto giurista sa come sarebbe finita…); e comunque Forleo non doveva essere trasferita.
Insomma, pesci in faccia per tutti.
E adesso? Io direi a Clementina di restarsene a Cremona; come si dice, ha già dato.
Ma mi sa che lei è una che non molla…

La Roulotte dello Zingaro


di
Bruno Tinti

Non è vero che B. sta mettendo in pericolo la democrazia in Italia, delegittimando i giudici e demolendo la fiducia dei cittadini nella giustizia. Sì, ha chiamato a raccolta i suoi intorno al Tribunale di Milano, corredandoli di palloncini e bandiere e ordinandogli di cantare il suo salmo personale.
E ci sono illustri precedenti: Mussolini fece la marcia su Roma e Kim Jong II si è composto un inno: “Nessuna patria senza di te”. Però ci sono anche significative differenze: sia Mussolini che Kim etc. erano armati fino ai denti (magari Mussolini un po’ meno: con un re più serio e un presidente del Consiglio decente, sarebbe stato messo in prigione per una decina di reati e l’Italia si sarebbe risparmiata qualche sciagura.
A pensarci, non è una cattiva idea; e poi i magistrati in genere e quelli del Tribunale di Milano in particolare hanno la schiena più dritta di Facta; sui coreani non mi pronuncio perché lì ci sono un sacco di carri armati. A dire il vero Santanchè, palloncini, inni e bandiere, più che un feto di golpe, mi ricordano un divertente episodio che mi capitò quando ero un magistrato giovanissimo, ancora uditore.
Sto seduto in aula accanto al mio “affidatario” (il poveretto che mi doveva insegnare tutto, era un gran tipo) e si comincia un processo per furto in alloggio a carico di uno zingaro (allora si potevano chiamare così senza essere politicamente scorretti). Era messo male, sotterrato dalle prove e pregiudicato specifico (non c’era ancora la prescrizione breve e così era stato condannato per altri furti dello stesso tipo): 7, 8 anni di prigione non glieli levava nessuno.
Entra in aula il contenuto di almeno 3 roulotte: donne in gonnellone, uomini baffuti, ragazzi di età variabile e un bambino piccolo, diciamo 5 o 6 anni. Non si fa a tempo a interrogare il primo testimone che tutti cominciano a strillare “assassini, assassini”.
Il presidente del Collegio non si scompone: dice all’ufficiale giudiziario di chiamare i carabinieri; poi si appoggia allo schienale e aspetta. I CC arrivano, acchiappano senza difficoltà uomini donne e ragazzi e li portano fuori: arrestati per oltraggio a magistrato in udienza (saranno processati 2 giorni dopo).
Solo che il bambino piccolo non riescono a prenderlo: corre in mezzo ai banchi come una lepre e strilla come un’aquila: “Affaffini, affaffini”. Tutti i miei severissimi e composti giudici ridono; e riprendiamo il processo solo quando un maresciallone con i baffi lo acchiappa per il collo e se lo porta fuori. Sette anni si meritava lo zingaro e 7 anni si è beccato.
Gli altri (escluso il bambino naturalmente) non lo so: ma qualche mese con la condizionale se lo presero sicuramente. Ecco, secondo me non c’è molta differenza tra B. e quello zingaro; e nemmeno tra Santanchè, i 200 precettati, la canzoncina e i nomadi sporchi e baffuti che ci chiamavano “assassini”.
Si diano 5 anni a B. e si incrimino gli altri per oltraggio a magistrati in udienza: lavoro quotidiano. Poi via con altri processi. E se B. lunedì prossimo si porta un ragazzino di 5 anni in via Freguglia a gridare “giudici comunisti”? Articolo 48 codice penale: ne risponde lui, altro processo.

Fonte : Il Fatto Quotidiano

Il Teatro ... E' Risorgimento!


A Sanremo va in scena il Festival dell’Unità
brGrande show di Roberto Benigni nella serata dedicata al centocinquantesimo anniversario. Dopo cinquanta minuti di satira politica il comico canta l'Inno di Mameli con una serietà che è davvero un omaggio al Paese
La coreografia che apre la serata dell’Unità sanremese è splendida, come al solito. E lo spettacolo c’è, con qualche stonatura (Giusi Ferrè che annega nel Cielo in una stanza) ma molte cose belle, da l’Italiano di Toto Cotugno eseguito dal bravissimo Tricarico che si conclude con un coro di nuovi italiani, figli di immigrati nati nel nostro Paese. Brava anche Nathalie che non vuol strafare e regala una bella esecuzione de “Il mio canto libero”. Tutto sembra placidamente “sobrio”, come da richiesta. Nessuno immagina quel che succederà: stasera è il Festival dell’Unità.
Tutti aspettano Roberto Benigni. Il toscanaccio era stato avvisato in vari modi da Mazza, Mazzi e perfino da La Russa: “Solo l’esegesi dell’Inno di Mameli”, è la serata delle istituzioni. Lui se ne frega e fa il bischero con tutti, da Pierluigi Bersani a Umberto Bossi. Ma anche, e soprattutto, con Berlusconi. Entra urlando “Viva l’Italia”, in mano il tricolore. È arrivato con il cavallo bianco (niente abito garibaldino): “Ma è un periodo che con i Cavalieri non va molto bene. Oh: è un cavallo della Rai, e come addomesticano i cavalli alla Rai….” Poi duetta con Morandi: “Tu a Garibaldi hai dedicato una bellissima canzone, Uno su mille ce la fa”. Comincia scherzare e a prendere in giro i cauti censori: “Siamo qua per parlare solamente dell’inno di Mameli”, esclusivamente di Fratelli d’Italia. “Del resto non ci sono altri argomenti., no? In tutto il mondo ridono di noi, lo sapete perché? Perché Morandi, ancora lui, presenta il festival. La prossima edizione la facciamo condurre a Bersani. Ma sto parlando dell’Inno di Mameli: ‘Dov’è la vittoria?’ sembra scritto dal Pd. Scusate, ora c’è questa par condicio, io ho paura di parlare. Però lo faccio, l’Italia è una bambina, una minorenne. Non ce la faccio a tenermi. L’avevo promesso, ma non ce la faccio. E poi perché anche Mameli era minorenne quando ha scritto l’inno. Voi dirette: ancora ‘sta storia delle minorenni non se può più. Ma scusate: è nato tutto qui. Con Giliola Cinquetti che cantava “Non ho l’età”, e che si era spacciata per la nipote di Claudio Villa. Se non ne potete più cambiate canale. Andate sul Due, no c’è Santoro”. Infatti ad Annozero stanno parlando La Russa, e non sono carezze. Come quelle di Luca e Paolo per il ministro, in platea: “Ministro non dica mai più cose belle su di noi, a casa non ci parlano”. Alludono ai calci a Formigli e chiudono così: “Ha investito un gatto, poi l’ha denunciato per suicidio”. Le loro sorprese non sono finite qui.
Benigni concentra la satira politica nella prima parte di 50 minuti bellissimi. E si occupa di parentele imbarazzanti: “Dunque. Ruby Rubacuori, è la nipote di Mubarak. Ma anche la Procura di Milano, accidenti: tutto questo tempo per fare degli accertamenti. Bastava vedere se Mubarak fa Rubacuori di cognome”. Dunque eravamo all’Italia unita. “Ancora prima di Mazzini, c’erano altri patrioti. Come Silvio Pellico, quello che ha scritto “Le mie prigioni”. Un libro memorabile. Prima di trovare un altro Silvio che scrive un libro così chissà quanto tempo passa… Poi a quei tempi c’era Vittorio Emanuele II, una casa reale meravigliosa. Fino a Emanuele Filiberto che s’è incontrato con Pupo a Sanremo. Cavour, che è stato il secondo più grande statista degli ultimi 150 anni. Alla fine della sua carriera, ci fu quello scaldaletto: lo beccarono con la nipote di Metternich”. Poi Benigni comincia la sua esegesi. Un discorso colto, profondo, pieno di verità storiche che sono ancora attualissime. “Un paese che non sa declamare i propri valori è pronto all’asservimento. Risorgimento è una parola meravigliosa, l’ha usata l’Alfieri per la prima volta”. E poi un racconto sulle donne del Risorgimento, che tanto hanno fatto pur senza avere diritti. Ricorda Wiston Churchill: “Era un personaggio meraviglioso, ci ha liberato dal nazismo. Ed era uno che quando la moglie gli comunicò che aveva perso le elezioni, disse: no, abbiamo vinto lo stesso. Perché l’importante per lui era arrivare alle elezioni”. Finisce l’esegesi, Benigni canta l’Inno senza musica, con una serietà che è davvero un omaggio all’Italia. L’Ariston si commuove, tutta la platea è in piedi. L’appello “Svegliamoci” non è caduto nel vuoto”. A questo punto la serata sembra finita. Ma Luca e Paolo, che al mattino avevano annunciato una performance di basso profilo dopo Benigni (ubi maior), lasciano tutti a bocca aperta. Si accendono i riflettori su Luca che inizia a leggere:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”. Un passaggio bellissimo del testo illumina, con la voce di Paolo, l’Italia di oggi: “Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. Alla fine del testo (leggi l’integrale) si spengono le luci. Che all’improvviso, un attimo dopo, svelano una gigantografia sullo sfondo. È Antonio Gramsci.

Proprietà Intellettuale


Un giorno un ragazzo mi chiese cosa fosse il punk,allora io diedi un calcio ad un bidone e dissi:"questo è punk"; allora lui fece la stessa cosa e chiese:"questo è punk?" ed io risposi:"no,questo è solo imitazione".
(Billi Joe Amstrong-Cantante dei Green Day)

Voi che...


Carlo Anibaldi
"Voi che non pagate le donne, che non placcate le minorenni,
che preferite la qualità alla quantità, che volentieri
vi assumete il rischio di una relazione alla pari,
che non considerate fare sesso una pratica
completamente disgiunta dall’amore,
dalla tenerezza, dalla seduzione,
voi che non siete puttanieri,
per favore, dite qualcosa!" ...
Lidia Ravera

Il Grillo Parlante


Berlusconi ha vinto, Berlusconi ha perso (314 - 311)
1867,398 miliardi di euro è il nuovo record del debito pubblico. In ottobre ci siamo divorati 23 miliardi, a settembre il debito era di 1844 miliardi. Nello stesso giorno del record che ci trascina verso l'abisso economico, il 14 dicembre 2010, alla Camera dei deputati Berlusconi ha vinto per 314 a 311.
Si è svolto nella sala di velluti rossi un confronto osceno di compari che sentono l'odore della rivoluzione nelle strade e cercano di salvarsi con un doppio carpiato come Fini, rinnegando 15 anni di inciuci come Bersani e Casini. Nell'aula ridotta a un palcoscenico di mestieranti con battute da avanspettacolo e applausi improvvisi che scacciavano la paura del futuro (come quelli alla bara portata a braccia quando esce dalla chiesa) ci sarebbe voluta la follia di un Lombroso per interpretare volti, smorfie, ghigni, gesti. Per illustrare una nuova antropologia: quella della merda. In un Parlamento di venduti non è possibile parlare di voti comprati, come non è possibile trovare vergini in un lupanare. La recita dei deputati ha avuto ancora una volta la sua rappresentazione. Attori con stipendi stellari, macchine blu, finanziamenti (furti) elettorali da un miliardo di euro bocciati da un referendum, giornalisti al loro servizio pagati con una mancia di 329 milioni mentre il Paese va a picco. Guardateli, non vi fanno schifo?
La Camera dall'alto sembrava questa mattina un ritrovo di vecchi compari, Berlusconi che accarezza il collo di Casini, il Bocchino tradito, il Fini paralizzato da una votazione che lo manda in pensione dopo 40 anni di carriera politica in cui non ha visto nulla, sentito nulla, detto nulla prima di uscire dal sarcofago, la "vajassa" di Fassino. Le labbra della Mussolini e quelle della Carfagna, gli occhiali da sole di Frattini. Le donne incinte, tra cui l'avvocatessa del prescritto per mafia Andreotti in carrozzella. La corte dei miracoli aveva più dignità, un circo ha più serietà, un bordello più dignità.
Nel 2011 la crisi economica spazzerà via questa umanità ridente che si è appropriata dello Stato e dei media. Straccioni sociali che hanno avuto nella politica l'unica via per il successo, per sentirsi importanti, indispensabili, "onorevoli". Io non salvo nessuno e auguro a tutti di ritirarsi per tempo, prima che lo faccia la Storia che è, come si sa, imprevedibile e feroce.

Caro Beppe, la penso come Te. Il primo popolo che si solleverà scatenerà l'inferno. L'Occidente è messo molto male, ahimè! Troppo sporchi i giochi di potere.

BRAVISSIMA LUCIANA


L'ultima che hai detto, Luciana... pure , anche IO!!

Nel Rispetto di un Uomo


Morte, clero, libertà
Un mio amico si è ucciso. Era stanco,aveva perso gioia e interesse. Sono stato molto triste. Non per la sua morte: era stata una sua l’approccio confessionale alle miserie degli uomini; e molto di più per la loro strumentalizzazione. Ma non se ne discuteva: quando la si pensa nello stesso modo c’è poco da dire.
E, per fortuna, noi avevamo così tante idee diverse. Come ho detto sono andato al cimitero; alla sala delle cremazioni, così aveva deciso il mio amico. Niente cerimonia religiosa, il che mi sembrava logico visto il suo suicidio: conservavo una vaga memoria, forse errata, che ai suicidi non fosse consentito il riposo in terra consacrata; che, per un credente stanco e depresso, mi era sempre sembrato l’ultimo insulto. E poi avevo saputo da un amico che c’era un biglietto: niente cerimonie religiose, solo cremazione. All’ingresso del cimitero c’era tanta gente; il mio amico era una persona nota, molto stimato; e amato profondamente da molti, anche se aveva una personalità complessa. Proprio questo aveva attratto molti di noi. E lì siamo stati intercettati.

Un prete, che avevo già notato fermo all’ingresso, intento alla predica per un funerale precedente, ha fermato la macchina con la bara, ha fermato tutti noi che la seguivamo e ha iniziato una nuova predica. Preghiamo per lui, uomo di fede, buono, marito affettuoso, padre esemplare, Dio lo accoglierà, la vera vita, ci sarà sempre vicino, insomma tutto il repertorio. Sono rimasto perplesso, poi arrabbiato. Ho chiesto a un altro amico (che era in condizione di saperlo) “ma, non aveva lasciato un biglietto in cui aveva detto niente preghiere …”. “Questa non è preghiera, è liturgia della preghiera”, mi ha risposto. Naturalmente non ho capito quale fosse la differenza e perché il mio amico, che non voleva cerimonie religiose, avrebbe dovuto dispiacersene di meno. Ma ho taciuto.
C’era la sua famiglia e non volevo aggiungere dolore a dolore. Poi ho parlato con un altro amico e gli ho fatto la stessa domanda. Intelligente, saggio, furbo come è sempre stato, mi ha detto “Sai, adesso non gliene importa più nulla”. E io sono rimasto a chiedermi se era giusto fare violenza ai morti; se era giusto non rispettarli; se era giusto lasciare una sentinella in servizio permanente all’ingresso dei cimiteri, per intercettare bare e fare propaganda; se era giusto approfittare di un momento di minorata difesa per sottoporre tutti a una liturgia (eh, si, su questo il primo amico aveva ragione) che il morto e molti suoi amici non condividevano e non desideravano. Mi sono chiesto soprattutto se questa prevaricazione fosse coerente con il messaggio di amore (ma non di rispetto) che quel sacerdote ossessivamente ripeteva davanti a tutte le bare che gli passavano davanti e che contenevano ciò che restava di un uomo e della sua libertà.
di :
Bruno Tinti

Tutto Gratis

Questo post è gratis Scrivo su questo blog gratuitamente. Voi mi leggete gratis.


E mentre io scrivo e voi leggete, i disoccupati – in aumento – vanno a colloqui dove i datori di lavoro esordiscono così: “Allora, non ci sono soldi…”
Nel frattempo, gli altri lavorano – non pagati.
La sera poi ci ritroviamo tutti quanti a qualche evento a “ingresso libero”.
Ma che fine hanno fatto i soldi????
Ve li ricordate? I soldi…
Domenica ho trovato una banconota da 100 euro su una bancarella in un mercatino vintage.
Quanti ricordi… Quando si tratta di soldi io divento nostalgico.
Comunque: quei 100 euro volevo prenderli, ma costavano troppo.
Ha fatto sensazione che a Torino due tizi hanno ucciso una donna su commissione per 2.500 euro – in due.
Per come vanno le cose, già è tanto se sono stati pagati.
Oggi in Italia, Repubblica fondata sull’accattonaggio, in tutti i settori professionali il minimo salariale è “gratis”. Lordo.
Paghi le imposte anche sul gratis. E alla fine non ti resta che “la metà di niente”.
Nel frattempo, i sindacalisti sono pagati per tutelare i diritti del lavoratore. Io credo che eleggere una donna a capo del più grande sindacato italiano non sia sufficiente per distrarci da tutto questo.
Non stupisce che questa “cultura del gratis” dilaghi proprio in Italia: paese storicamente pezzente, dove un artista che partecipa ad un programma tv senza percepire compenso viene definito generoso.
E invece no: Benigni gratis a “Vieni via con me” non è stato generoso, ma scorretto; e costituisce un pericoloso precedente.
In un libero mercato, una cosa del genere uccide la concorrenza.
Se voi foste un dirigente tv, potendo avere gratis Benigni o Saverio Raimondo, chi scegliereste?
Me, lo so; ma solo perché siete folli, non perché vi siete rotti i coglioni di Dante letto ad alta voce – o, peggio ancora, di sentire Benigni ridursi a fare le battute di Spinoza (gratuitamente, suppongo).
Benigni doveva pretendere di essere pagato per andare in tv ad esibirsi.
Tutti devono pretendere di essere pagati, sempre.
Non solo è un diritto; ma è un dovere rispetto alla collettività.
Inoltre, basta ipocrisie sul denaro.
I soldi non fanno la felicità, ma la comprano.
In questo panorama così desolante,vi lascio con un messaggio di speranza: stanotte ho scopato. Gratis.
Fonte :Blog di Saverio Raimondo

La buonafede del Padrino




Il senatore Dell’Utri, braccio destro del presidente del consiglio, è stato condannato anche in appello a sette anni di carcere per concorso in associazione mafiosa.
Non gioisco né mi rammarico alla notizia: non sono un giustizialista né un adepto al teorema delle “toghe rosse”.
Sono un cittadino di un paese alle corde in cui i mafiosi vengono eletti senatori e le vittime della mafia sono rimosse dalla memoria storica.
Considero Dell’Utri e il suo partito un avversario politico, li osservo, li ascolto, faccio mie le loro ragioni e le confronto con la mia opinione, pronto a cambiarla se percepisco che la verità e l’oggettività non sono più dalla mia parte.
Quando, ieri, Dell’Utri ha confermato in conferenza stampa che il mafioso Mangano “è un eroe”, ho tacitato una vampata d’indignazione spontanea e, come insegnano i grandi maestri yoga, ho trattenuto il respiro e fatto un vuoto interiore.
Nella dichiarazione del senatore c’è del coraggio e della provocazione che non considero qualità negative.
Di conseguenza ho assaporato con serenità le sue parole: “Mangano era una persona in carcere, ammalata – ha detto – invitata più volte a parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo.
Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma ha preferito stare in carcere, morire, che accusare ingiustamente. E’ stato il mio eroe.”
La mia verità, invece, che ho tratto da questa dichiarazione, è che Marcello Dell’Utri sia in buonafede.
Suppongo soltanto che egli non si sia accorto di una cosa: ogni parola, ogni affermazione, ogni sua pausa, sono imbevute di cultura mafiosa.
Dell’Utri venera chi sa (o non sa) e tace; dunque chi parla -secondo i suoi principii- è un essere spregevole, sia egli pentito o quaqquaraquà, comunque un traditore, così com’è “Megghiu scrusciu i catine ca scrusciu i campane”, meglio andare in prigione che morire per un infame.
Maschio mitico, degno di rispetto, al punto da venerarsi come eroe è un assassino come l’amico Mangano, dedito a un santifico omertoso silenzio, perché “A megghiu parola è chidda ca un si rici”, la miglior parola è quella che non si dice.
Sì, il senatore Dell’Utri è in buonafede, osserva e pratica con religiosa lealtà ciò che ha appreso sin da bambino, il senatore è uomo genuinamente mafioso. Questo credo, e per questo continuo a stare con Falcone, Borsellino, Peppino Impastato e tutte le vittime, celebri o sconosciute, della mafia, anche politica, del nostro tempo.

Diego Cugia

Gli Indifferenti



ANTONIO GRAMSCI
11 febbraio 1917"

Odio gli indifferenti.
Credo che vivere voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo.
E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.
Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

E' questa la mia anima, il mio pensiero .. la mia rabbia, che vorrei urlare agli indifferenti di oggi, che ritengo più colpevoli di quelli del passato.. perchè oggi non ci si può nascondere dietro l'ignoranza e la disinformazione!

Il vero Potere


La Grecia e il signoraggio al cubo
L'hanno chiamata “operazione salvataggio” della Grecia.

In realta' il cosiddetto “aiuto” del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea e' un'ulteriore bastonata collettiva inferta ai cittadini greci. Ulteriore, perche' la Grecia non si troverebbe in questa situazione se non avesse gia' perduto la sua sovranita'. L'hanno gia' perduta, sotto i colpi del mercato finanziario mondiale, tutti gli altri Stati Europei. E la perdita della sovranita' e' racchiusa nella consegna, alla speculazione finanziaria internazionale, del suo debito.
Basti dire che, se l'operazione “funzionera'”, il debito della Grecia passera' nei prossimi tre anni, dall'attuale 115% del prodotto interno lordo al 150.
Cioe' si puo' gia' prevedere, matematicamente, che nel 2013 la situazione in Grecia sara' peggiore di quella di oggi, con un paese in recessione, disoccupazione crescente, consumi a terra. Sempre che la ribellione popolare, nel frattempo, non sia sfociata nel sangue e non costringa un governo “socialista” a sparare sulla gente.
E poi vedremo cosa succedera' ad altri due governi “socialisti”, Spagna e Portogallo, che stanno anticipando le mosse per evitare di trovarsi nella stessa situazione della Grecia. Ma le anticipano obbedendo alle direttive della finanza internazionale, fatte proprie dall'Unione Europea. Il che significa che la loro situazione s'aggravera' comunque, e il servizio sul debito, imposto dagli speculatori, diventera' sempre piu' grave. Perche'? Semplicemente perche' non si puo' trovare una soluzione all'interno della logica che ha prodotto il disastro della finanza mondiale, ai cui inizi (inizi, non fine) stiamo assistendo.
Diranno, i giornali e le tv, che e' colpa dei greci, degli spagnoli, dei portoghesi, poi degli italiani, che vivono “al di sopra delle loro possibilita'”. E i gonzi ci crederanno, aiutati in questo dagli economisti di regime (quasi tutti) che hanno magnificato la truffa, essendone ampiamente remunerati. Naturalmente la storia vera e' un'altra. E' la storia dell'Impero di questi ultimi 20 anni. Che ha imposto al mondo intero la sua globalizzazione. E cos'e' stata, in sostanza, la globalizzazione americana?
Un trucco, inventato dall'e'lite finanziaria americana (protetta e fortificata dal dollaro come moneta mondiale, imposto con la forza) per costringere il mondo intero a pagare il suo debito, estero e di bilancio. Detto in termini piu' brutali, ma anche piu' esatti, un popolo, quello americano (e quello delle e'lites dei paesi ricchi e dei paesi meno ricchi) e' divenuto a tal punto consumatore compulsivo da essere ormai incapace di risparmiare.
Il miliardo d'oro e' diventato un debitore cronico inguaribile.
In primo luogo le classi medie americane. Tutto e' stato fatto per tenerle (per tenerci) al guinzaglio con uno smodato livello di consumi, cioe' con un parossistico indebitamento. Il risparmio interno americano e' da tempo con segno negativo (consumi che superano i redditi). Chi paga? Paghera' il resto del mondo. Come? Attraverso la deregulation: la piu' gigantesca e spregiudicata manovra di raggiro violento mai tentata nella storia umana, se si eccettuano, forse, le costruzioni delle piramidi.
In cosa e' consistita la manovra? Nel consegnare ai mercati (a Wall Steet, che e' il mercato numero uno) gli strumenti per determinare, dall'esterno, le politiche economiche dei singoli paesi.
E come si fa? Prendendo possesso dei titoli di debito di quei paesi, mettendoli in vendita e determinando i tassi d'interesse per il loro servizio. E' cosi' che tutti gli Stati sono diventati debitori, chi piu', chi meno. Non solo: debitori impossibilitati a pagare e costretti a indebitarsi ulteriormente presso gli stessi strozzini. Per fare questo occorreva pero' un trucco preliminare: rendere le Banche Centrali del tutto indipendenti dai rispettivi governi e privatizzarle. In tal modo le Banche Centrali hanno lavorato per costringere i governi sotto le forche caudine dei mercati finanziari. Cioe' un pugno di qualche centinaio di persone, mai elette da nessuno, ha stretto una miriade di lacci attorno al collo dei popoli.
Quando i mercati finanziari sono crollati per conto proprio, ecco questa gang mondiale correre in soccorso alle banche truffatrici per salvarle.
Con cosa? Con prestiti pubblici, pagati dai cittadini, a tassi quasi nulli. Ma le banche truffatrici, cosi' salvate, non hanno allargato il cappio con cui tenevano e tengono impiccati gli Stati ex sovrani. Che ora vanno in bancarotta uno dietro l'altro. E, per non andare in bancarotta, impongono misure restrittive drammatiche sui redditi della gente comune e sui servizi vitali per la popolazione.
Cioe': per tenere in vita la speculazione selvaggia, che ha prodotto mondialmente, in questi ultimi decenni, un trasferimento netto di ricchezza dai poveri verso i ricchi attorno al 20% del Pil mondiale, si impoveriscono ancora gli strati piu' poveri della popolazione. Il rigore viene imposto non agli speculatori, ma ai cittadini. Si spezza un patto sociale creando le condizioni per una esplosione di conflitti, dal quale sperano, sempre loro, di uscirne con soluzioni autoritarie.
Questo e' il signoraggio elevato al cubo.
C'e' una sola soluzione (ma non la si sente proporre dai sindacati, dai partiti che dovrebbero essere di sinistra, dalle opposizioni). Nazionalizzare il debito degli Stati e sottrarlo ai mercati finanziari. Il Giappone l'ha fatto, l'Argentina anche: entrambi ne sono usciti benissimo. Rinazionalizzare le Banche Centrali e' la seconda mossa indispensabile. Respingere la decisione europea di inasprire i controlli degli Stati da parte dei mercati finanziari.
E' la fine dell'Europa, dell'euro? Niente affatto. E' la fine della truffa. In ogni caso chi agita questi spauracchi dovrebbe sapere che questo meccanismo e' gia' al collasso, e non lo salvera' neppure la somma di sacrifici che si richiedono ai popoli incolpevoli e raggirati.
Hanno ragione i greci che dicono: “non pagheremo”.
Questa e' la risposta che deve risuonare in ogni piazza d'Europa.

di :Giulietto Chiesa

Pulpiti sporchi


Piercazzeggiando

Ancora nulla di fatto per la seconda puntata della serie “Silenzi e ambiguità dell’onorevole…” inaugurata dal Corriere apposta per Di Pietro, chiamato a discolparsi per le case che non ha affittato e non ha abitato, ma soprattutto per essersi laureato in quattro anni invece di andare fuoricorso e per aver segnalato il luogo e i protettori della latitanza del faccendiere Pazienza alle Seychelles anziché farsi i fatti suoi.
In compenso, al dossier del Corriere si appiglia un noto statista, già portaborse di Bisaglia e Forlani, poi assurto nientemeno che alla presidenza della Camera e ora finto oppositore del governo: Pier Ferdinando Casini. “Di Pietro – dice Piercasinando – è uno sciacallo che costruisce la sua fortuna politica sulle disgrazie del Paese e su un moralismo che non mi piace. Ci ha spiegato per anni, quando si parlava degli altri, che un conto sono le verità processuali, un conto la necessità che un politico sia al di sopra di ogni sospetto. Valuti Di Pietro se il suo comportamento da magistrato e da politico è stato al di sopra di ogni sospetto”.
Casomai Di Pietro volesse un aiutino per valutare il suo comportamento da magistrato, ecco quel che gli scriveva sulla Stampa un certo Casini il 24 marzo 1995:
Caro Di Pietro, i tuoi articoli rivelano passione civile e senso dell’opinione pubblica e mi inducono a darti un caloroso benvenuto. Ho trovato nelle tue parole qualche assonanza con lo sforzo che stiamo facendo per moderare i toni della contesa e superare le derive ideologiche… Il mio benvenuto, perciò, è ancora più caloroso. Da parte mia ti esprimo consenso soprattutto per il tuo rifiuto ‘della politica urlata, insultata, violentata’. L’insieme delle tue considerazioni segnala quanto sia indispensabile un lavoro comune per riportare lo scontro politico su binari meno rissosi. Spero sia l’inizio di un percorso. Noi del Ccd l’abbiamo avviato da tempo. Se è lo stesso, ci incontreremo. Se sarà diverso, vale almeno la constatazione di esserci trovati in sintonia sull’interesse generale”.
E il 4 aprile ‘95: “Spero che Di Pietro in politica contribuisca a saldare il rapporto incrinato tra opinione pubblica e i suoi rappresentanti”.
E il 14 aprile ’95: “Per Di Pietro ci vuole un ruolo di primo piano nell’alleanza di centrodestra, la sua collocazione più naturale. Dovrebbe essere uno dei leader della coalizione”.
Ma Piercazzeggiando è un tipo spiritoso: nel 2007 sfilò al Family Day essendo molto affezionato alla famiglia al punto da averne due.
Quanto alle case, il Corriere potrebbe dedicare un bel servizio a quel che scoprì L’espresso tre anni fa: Casini aveva acquistato assieme all’ex moglie un intero palazzo in una delle zone più prestigiose di Roma, intestando gli appartamenti alla sua prima signora, all’ex suocera e alle due figlie di primo letto, il tutto “a
prezzi di saldo”.
Volendo, poi, si potrebbe dare un’occhiata a quel tabernacolo di moralità che è l’Udc. In Sicilia, per dire, il suo uomo è Totò Cuffaro, condannato in appello per favoreggiamento alla mafia: nel 2006 Casini disse che non avrebbe candidato
“nessun inquisito tranne Cuffaro” perché “sulla sua innocenza garantisco io”.
Siccome porta pure bene, Cuffaro fu condannato in primo grado per favoreggiamento semplice e in secondo per favoreggiamento mafioso. Ma il “garante” della sua innocenza è sempre lì a pontificare.
Lui che, da presidente della Camera, fece sapere urbi et orbi che aveva telefonato a Dell’Utri “i sensi più profondi di stima e amicizia” mentre il Tribunale di Palermo era in Camera di consiglio per giudicarlo per mafia: fu poi condannato a 9 anni.
Poi c’è Lorenzo Cesa, il braccio destro di Pier. Nel ’93 fu arrestato per le mazzette che incassava per conto del ministro Prandini, detto “Prendini”. Appena giunto a Regina Coeli, firmò un verbale da far impallidire Pietro Gambadilegno: “Intendo svuotare il sacco”. Appena l’ha saputo, Casini l’ha promosso deputato e segretario dell’Udc. E poi rieccolo a fare la morale agli incensurati. Come diceva Longanesi, “credono che la morale sia la conclusione delle favole”.
Marco Travaglio da : il Fatto Quotidiano

Nessuno meglio di Casini sa con precisione chi è colpevole e chi innocente!
Casini ha un marchio di qualità.. la sua parola!!

Tasselli di sangue



Intrigo Internazionale -
Video"Intrigo internazionale" del giornalista Giovanni Fasanella e del giudice Rosario Priore. Nulla di quello che sappiamo è vero, neppure "le stragi di Stato". Viviamo in un Paese fuori dal nostro controllo .

Le Brigate Rosse sono state finanziate e addestrate dai servizi segreti della Germania orientale, la Stasi, e anche i servizi segreti israeliani, il Mossad, offrirono il loro aiuto.
Secondo alcuni testimoni, persone di lingua tedesca erano presenti durante il massacro di via Fani. Nell'ottobre del 1973, a Sofia, i servizi segreti bulgari attentarono alla vita di Enrico Berlinguer che si salvò miracolosamente.
Il DC-9 a Ustica fu abbattuto da aerei francesi, l'obiettivo era Gheddafi in volo nella stessa area scortato da due Mig libici, di cui uno fu colpito. L'attacco partì dalla portaerei francese Clemenceau che si trovava a sud della Corsica.
Tutti i testimoni dell'attacco morirono in breve tempo in circostanze misteriose, chi era in volo e chi seguì la tragedia da terra. Il capitano della base di Poggio Ballone morì improvvisamente di infarto, il maresciallo della stessa base si suicidò, due piloti militari Nutarelli e Naldini scomparvero nell'incidente di Ramstein prima di poter testimoniare ai magistrati.
Persino il maresciallo che era in servizio nella sala radar di Otranto e vide precipitare il Mig libico sulla Sila si impiccò prima di deporre.
Queste alcune verità, finora nascoste, contenute nel libro: "Intrigo internazionale" del giornalista Giovanni Fasanella e del giudice Rosario Priore.
Nulla di quello che sappiamo è vero, neppure "le stragi di Stato".
Viviamo in un Paese fuori dal nostro controllo.


Gli italiani non saranno mai padroni della loro Patria, perchè da sempre ospiti sgraditi delle varie classi dirigenti che non daranno mai conto e resoconto alcuno delle loro malefatte.

Senza Ambasciatori e senza Filosofi



Ho letto la lettera del caporalmaggiore.

Il problema non è la guerra. Il problema è come si fanno le cose. Con quale grado di consapevolezza, per quali ragioni, con quali convinzioni, con quali mezzi, con quali risorse.
Soltanto uno stupido poteva pensare, fin dall'inizio, che si va in Afghanistan per garantire la pace. O dovunque altro. Per garantire la pace si mandano ambasciatori, non soldati. Gà i romani, quando volevano la pace mandavano i legati, quando volevano la guerra mandavano i centurioni. I greci invece erano più... furbetti: mandavano i regali - come quelli che portavano i legati - anche quando volevano la guerra. Tanto da indurre Lacoonte a sostenere: timeo Danaos et dona ferentes (temo i Greci anche - et sta per etiam - quando portano doni).
Purtroppo la demagogica superficialità dell'informazione e l'altrettanto demagogica superficialità degli informati, rende possibile comprendere ciò soltanto quando si è coinvolti, pesantemente e drammaticamente, in prima persona.

E' il solito gioco delle parti: la politica è come il cuore: ha delle ragioni che la ragione non comprende.
Basta saperlo. E per saperlo basta leggere un libro di storia in uso alle scuole medie, senza andare necessariamente a cercare quelli universitari.

Infine c'è la questione dei cosiddetti valori della guerra. Magari ci fossero ancora, almeno quelli. La guerra non è più di conquista di territori, di civiltà, di supremazia, ma soltanto di ricchezza, peggio, di opportunità di ricchezza. Se la comunità internazionale va in Afghanistan - e inizialmente lo decide solo chi ha interessi economici e finanziari presenti e futuri - tutti gli altri che in qualche modo condividono la sorte della comunità internazionale non possono tirarsi indietro. Altrimenti restano fuori dal mercato. Soprattutto da un mercato dove non circola più denaro reale bensì la rappresentazione cartacea e bancaria del denaro. Dunque una convenzione. E affinché le convenzioni continuino ad essere moneta di scambio, dobbiamo tutti pensarla allo stesso modo. O far vedere che è così.

E questo spiega perché, in fin dei conti, gli unici filosofi moderni sono gli economisti. Non esiste evoluzione del'uomo se non agganciata all'economia. In effetti Marx aveva visto giusto sotto molti aspetti.
La guerra, i valori della guerra, non c'entrano più nulla. Con buona pace del povero Hegel e dello stupido Hitler.

ROBERTO ORMANNI

Signor Ormanni,
non Le nascondo la sorpresa d'aver trovato un Suo commento alla lettera del caporalmaggiore Foti.

Ritengo che quanto da Lei scritto merita d'essere pubblicato come post affinchè anche gli altri lettori possano prenderne visione.
Il punto di vista di un giornalista dallo stile semplice, diretto, logico, e soprattutto veritiero, qual' è il Suo non può che arricchire il Nostro, che già condivide la contrarietà alla guerra, ai modi e alle ragioni per cui viene promossa.
Ha egregiamente ben sottolineato come le figure degli ambasciatori e quelle dei filosofi siano state cancellate a beneficio di ragioni che dilagano nello squallore dei Nostri amari tempi, e che ci dirottano nell'accettare come "giuste" situazioni che peggiorano sempre più la qualità della vita.

La ringrazio per aver impiegato parte del Suo tempo nel leggere il post e soprattutto d'averlo commentato

Francesca

Caporal Maggiore Girolamo Foti



Lettera aperta ai colleghi d’Italia Di * Girolamo Foti
(Ai sensi dell’articolo 21 della costituzione)
Il momento della riflessione, del confronto con la propria coscienza arriva sempre.
Prima che ciò avvenisse, non riuscivo a piangere, non provavo dolore ma solo pietà per i familiari delle vittime, come se la morte fosse divenuto qualcosa di normale. La recente puntata di
"Annozero", si chiudeva con il vignettista Vauro che intratteneva il pubblico fecendo sorridere tutti, compreso il vescovo presente in studio, mentre mostrava con astuzia uno schizzo sulla morte dei ragazzi, con ironia e cinismo, per poi salutare i telespettatori.
Il cinismo al di sopra dell’umanità ha risvegliato il mio cuore, e solo in quel momento ho pianto per la morte dei miei colleghi e ho fatto i conti con la mia coscienza: erano le 24:15 del 21 Maggio 2010, l'inizio cronologico di questa lettera aperta .
Mea culpa ,, Mea culpa … Mea Maxima culpa …Io sono colpevole, responsabile e complice della morte dei miei colleghi in Afghanistan ;Io sono colpevole, responsabile e complice del dolore dei familiari delle vittime di guerra ;
Io sono colpevole, responsabile e complice delle gravi condizioni economiche che vessano milioni di italiani in questo momento ;
Io sono colpevole, responsabile e complice del precariato all’interno delle forze armate e delle false promesse propugnate dai politici che risolveranno questo problema ;
Io sono colpevole, responsabile e complice dei scarsi fondi che arrivano alla sicurezza e alla difesa ad opera di questo governo e di quello precedente;
Io sono colpevole, responsabile e il complice dell’aumento della criminalità , la violenza nel nostro paese. Delle baggianate propugnate da certi politici attraverso la tv , i giornali.
Di aver votato nel arco della mia vita l’attuale classe politica che su mandato del mio voto e spinto dal mio voto manda i nostri soldati in aree dove la guerra, il sangue, la morte sono il pane quotidiano.
Di aver votato una casta che si regge grazie al mio voto, che gode di tutti i benefici possibili autoreferenzialmente, decidendo per conto di pochi le sorti di molti, e chiedendo il sacrificio delle classi sociali basse per mantenere le ricchezze di quelle elevate.Io sono colpevole, responsabile e complice della mancata applicazione dell’articolo 11 della costituzione italiana. Io come molti di voi a scuola , nel lavoro , in tv, nei giornali , siamo stati vittime del lavaggio mediatico che i comunisti , i verdi , sono nemici dell’umanità , della religione , delle forze armate , delle forze dell'ordine , dello sviluppo nel paese:
eppure i comunisti da sempre in Italia si battevano in difesa delle classi sociali deboli , dei diritti dell’uomo , impugnavano la costituzione italiana , chiedevano il rientro delle truppe dall’afghanistan , chiedevano l’impiego delle nostre forze armate nella lotta alla mafia , al terrorismo, il controllo delle coste per combattere lo sbarco di droga e di armi , chiedevano tutto questo ed io e molti di noi non li abbiamo mai votati , li abbiamo sfiduciati e mandati fuori dal parlamento.
E' vero che nel loro interno c’erano piccole frazioni di estremisti che gridavano in piazza dieci, cento, mille Nassiria, ma erano casi isolati, e per confutare le nostre idee li abbiamo anche strumentalizzati , lo stesso discorso con i verdi ci parlavano di rispetto dell’ambiente , nuove fonti di energie , riciclaggio dei rifiuti , eppure li abbiamo considerati nemici dello sviluppo, dando il nostro voto alle compagini moderate della destra e della sinistra. In cambio cosa abbiamo ottenuto? "sofferenza , paura è sopravivenza" .
Il popolo italiano, incurante del voto, sostenitore dell’attuale maggioranza e dell’opposizione deve assumersi la propria responsabilità e farsi l’esame di coscienza, cosiccome l'ho fatto io.
Sono i politici della destra e sinistra i colpevoli di tutti i mali del paese, oppure noi comuni cittadini che li abbiamo votati ?
LA MORTE DEI NOSTRI SOLDATI IN AFGHANISTAN MEA CULPA ..MEA CULPA... MEA MAXIMA CULPA
NULLA DI PERSONALE Girolamo Foti detto Mirco

Art. 11 della Costituzione italiana :
" L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.*

N.B. Girolamo Foti “Caporal Maggiore Capo delegato nazionale del Co.Ce.R Esercito organo centrale della rappresentanza militare eletto dal 2006

Solo un grande Uomo costringe gli altri a spiegarlo.(Hegel)

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