« Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza ».
A volte capita che rileggendo qualcosa di nostra “conoscenza” la si possa percepire in modo completamente diverso da come la ricordavamo ,da come l’avevamo assimilata nel piccolo o grande bagaglio del nostro sapere. Questa frase di Dante Alighieri la si trova spesso gironzolando in internet, come sottotitolo di un sito, o semplicemente nei gadget laterali, spesso usata con ironia nei commenti fra internauti.
Trovandomela sotto gli occhi l’ho letta in automatico. Succede quando uno scritto è ben memorizzato nella zona biblioteca delle nostre meningi. Alla prima parola che si visualizza il resto appare senza necessità di proseguire nella lettura ottica. Obbligata dalla vista, la schedatura subisce una battuta di arresto su “virtute” e “canoscenza”. Rileggo con attenzione, le due parole mi provocano qualcosa di indecifrabile. Questa frase di Dante non mi appare più così semplice come la ricordavo. Di colpo si schiude un libro mai letto.
Conoscenza è ciò che nasce da una superiore attività intellettiva, qualcosa di “nascosto” ai più, che si lasciano trascinare dall’inganno dei sensi, come spesso accade davanti a un articolo giornalistico. La sensazione suscitata da ciò che leggiamo o sentiamo, è la prima reazione all’apprendimento. Fermandosi a questo non si arguisce la capacità di arrivare alla conoscenza, resta solo una nozione emotiva, nulla più.
Il conseguire della conoscenza è forse un fatto di intuizione, la grande capacità di astrarre da uno scritto o un fatto una o più parti separatamente, riuscendo con il proprio pensiero ad andare oltre quanto appare. Un’attività suprema, data a pochi. La capacità di connettere in maniera critica e consapevole le informazioni provenienti dal mondo esterno.
Pensando a un libro, un semplice libro, dove la conoscenza appare essere solo nel contenuto, in quello che si legge, volendo andare oltre al testo e all’oggetto fisico che si ha in mano, si percepisce che il solo scritto non è completa conoscenza. Davanti allo stile di scrittura il contenuto assume un altro significato da quello dettato dalle semplici parole, si va oltre. Si percepisce una conoscenza tacita che non è stata scritta: il lavoro preparatorio, la capacità dell’autore, le scelte fatte, a cui lui solo potrebbe dare chiarimento sul giudizio dei suoi sensi. Ciò porta a una visione più completa del sapere e cambia il senso e la ragione di quanto era parso.
La capacità di collegare tutti gli elementi, apre un universo che solo a chi sa esercitare questa dote è dato di inoltrarsi.
Mi tornano in mente altri detentori della conoscenza, come Giordano Bruno, frate domenicano filosofo e scrittore, vissuto due secoli dopo Dante, il quale sosteneva che la conoscenza andava nascosta alla plebe, perché questa non potrebbe mai capirla, ritenendo rischioso persino l’elargirla.
Ecco che la parola virtute unita a conoscenza nella frase dantesca, assume l’intensità di un insieme inscindibile. Chi possiede un talento, un carisma, deve farlo fruttare, elargirlo agli altri, anche se questi sembrano non capire.
La conoscenza è un’eredità, ridurla ad abisso che inghiotte senza mai restituire, significa inaridirla, facendola perdere per sempre.
Trovandomela sotto gli occhi l’ho letta in automatico. Succede quando uno scritto è ben memorizzato nella zona biblioteca delle nostre meningi. Alla prima parola che si visualizza il resto appare senza necessità di proseguire nella lettura ottica. Obbligata dalla vista, la schedatura subisce una battuta di arresto su “virtute” e “canoscenza”. Rileggo con attenzione, le due parole mi provocano qualcosa di indecifrabile. Questa frase di Dante non mi appare più così semplice come la ricordavo. Di colpo si schiude un libro mai letto.
Conoscenza è ciò che nasce da una superiore attività intellettiva, qualcosa di “nascosto” ai più, che si lasciano trascinare dall’inganno dei sensi, come spesso accade davanti a un articolo giornalistico. La sensazione suscitata da ciò che leggiamo o sentiamo, è la prima reazione all’apprendimento. Fermandosi a questo non si arguisce la capacità di arrivare alla conoscenza, resta solo una nozione emotiva, nulla più.
Il conseguire della conoscenza è forse un fatto di intuizione, la grande capacità di astrarre da uno scritto o un fatto una o più parti separatamente, riuscendo con il proprio pensiero ad andare oltre quanto appare. Un’attività suprema, data a pochi. La capacità di connettere in maniera critica e consapevole le informazioni provenienti dal mondo esterno.
Pensando a un libro, un semplice libro, dove la conoscenza appare essere solo nel contenuto, in quello che si legge, volendo andare oltre al testo e all’oggetto fisico che si ha in mano, si percepisce che il solo scritto non è completa conoscenza. Davanti allo stile di scrittura il contenuto assume un altro significato da quello dettato dalle semplici parole, si va oltre. Si percepisce una conoscenza tacita che non è stata scritta: il lavoro preparatorio, la capacità dell’autore, le scelte fatte, a cui lui solo potrebbe dare chiarimento sul giudizio dei suoi sensi. Ciò porta a una visione più completa del sapere e cambia il senso e la ragione di quanto era parso.
La capacità di collegare tutti gli elementi, apre un universo che solo a chi sa esercitare questa dote è dato di inoltrarsi.
Mi tornano in mente altri detentori della conoscenza, come Giordano Bruno, frate domenicano filosofo e scrittore, vissuto due secoli dopo Dante, il quale sosteneva che la conoscenza andava nascosta alla plebe, perché questa non potrebbe mai capirla, ritenendo rischioso persino l’elargirla.
Ecco che la parola virtute unita a conoscenza nella frase dantesca, assume l’intensità di un insieme inscindibile. Chi possiede un talento, un carisma, deve farlo fruttare, elargirlo agli altri, anche se questi sembrano non capire.
La conoscenza è un’eredità, ridurla ad abisso che inghiotte senza mai restituire, significa inaridirla, facendola perdere per sempre.


Forse non uso parole appropriate ma tutto quanto quello da te scritto in questo post lo definisco
RispondiEliminauna "lectio magistralis". Una bella lezione per me che la penso esattamente così ma che non avrei mai saputo scrivere così dottamente.
Sai una cosa? Quella frase di Dante all'inizio del post nel leggerla mi è sempre sembrata risuonare nelle mie orecchie come musica.
Sono d'accordissimo con Te. La conoscenza va nutrita ed elargita.
RispondiEliminaNon sono d'accordo con il Giordano Bruno sul fatto di nascondere la conoscenza alla plebe, ma di certo non è stato arso vivo per questo.
Ultimamente ho letto un libro che mi ha consigliato Giulia " La Chimera " Di Sebastiano Vassalli. Sono rimasto molto preso da questa storia vera accaduta nel seicento. Lo scrittore è bravissimo e ben documentato nel raccontarla. Ebbene,come dici Tu, ho voluto andare oltre al libro, cercando di conoscere meglio sia lo scrittore che i luoghi e personaggi descritti, facendo ulteriori ricerche che mi hanno portato ad altre ancora, addirittura uscendo dall'argomento, perchè catapultato in un'altro, e un'altro ancora,hahahah!
La cultura è fatta di tanti fili conduttori con miliardi di diramazioni, basta iniziare a seguirne uno e sei fregato,Ti dimentichi anche che è ora di pranzo.
Ciaoooooooooooo!
"La conoscenza è un’eredità, ridurla ad abisso che inghiotte senza mai restituire, significa inaridirla, facendola perdere per sempre".
RispondiEliminaEd io trovo questa tua frase conclusiva un aforisma unico, vero!
Tutto il tuo post è incentrato su due grandi valori che se resi indivisibili, e sicuramente lo sono, diventano "la seria minaccia" per i molti che ostinati nella gestione di poteri loro conferiti, continueranno nel tempo ad imporsi attraverso le loro meschine falsità denunciate nell'incomprensibilità d'una verità che solo "virtute e canoscenza" possono smascherare!
Ottimo post Francesca. Induci alla riflessione ed apri la mente su tematiche che, fortunatamente, non si perdono nel tempo!
Un bacio
Elisena
Aldo,
RispondiEliminanessuna "lectio magistralis", sinceramente non ne sono all'altezza. Confesso che Dante è uno dei letterati italiani che mi piacciono molto, ogni Suo scritto è coerente alla sua personalità, o meglio a quello che si sa di Lui nel contesto storico in cui ha vissuto.
Il mio riflettere su questa bellissima frase è dovuto forse ai tempi che stiamo vivendo, dove la letteratura è stata eclissata da scrivani di terzo ordine. Senz'altro ci sono persone che hanno padronanza della conoscenza ma non hanno la virtù di divulgarla. Ognuno è diventato geloso del suo sapere, questo si evince in ogni disciplina, non solo quella umanistica.Se la gioventù è allo sbando è dato anche dalla carenza di Maestri, di questo passo tutto andrà perduto
Adamus,
RispondiEliminaho volutamente citato Giordano Bruno. Anch'egli Uomo di vasta conoscenza, proprio perchè su un terreno diametralmente opposto a quello di Dante. Uno laico e l'altro monaco, due mondi all'opposto, eppure così simili nel rivoluzionare il pensiero dei loro mondi. Ho solo voluto evidenziare quanto un Maestro della conoscenza resti per sempre tale nel corso dei secoli. Chiedi a un ignorante "chi è Dante?", e nella sua semplicità risponderà "il maestro della lingua italiana". A differenza dell'altro che è noto a pochi.
Riguardo alle ricerche nel trovare riscontri su quanto si legge, fa parte di quella che Tu giustamente chiami cultura. Non avremo padronanza della conoscenza tanto da divenirne Maestri, ma di certo completamente ignoranti non saremo, è già una bella cosa :))
Ciaoooooooooooo!
Elisena,
RispondiEliminaesatto, hai centrato il mio pensiero. Io lo spero che "virtute e canoscenza" abbiano ancora una volta la meglio sulle odierne meschinità, che non differiscono da quelle combattute da Dante e dai Suoi simili, ma la vedo dura.
Proviamoci Noi a non dimenticare i Maestri del sapere. E' una goccia nel mare ma è pur sempre una goccia fastidiosa a chi li teme.
Grazie Ely, un bacione.
"... Non vogliate negar l’esperienza
RispondiEliminadi retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"
L'essere virtuoso per Socrate era colui che faceva di ogni esperienza e conoscenza virtù, cioè, partendo dal "io so di non sapere", arricchisco me stesso nella ricerca della conoscenza, della verità.
L'aver fatto dire da Ulisse, il greco, questa frase è un chiaro riferimento alla filosofia greca. Questo è almeno quello che penso io.
La conoscenza, il saper delle cose, permettimi questa frase, è un atto umano, tipico dell'uomo (L'uomo è un animale politico, Aristotele) e la conoscenza stessa è un arricchimento personale, anche collettivo, ma sempre fa parte di noi stessi.
Ciò induce alla capacità critica, all'attingere dalle esperienze passate per migliorare o per mantenere alta la virtù umana.
Fatti non voste per vivere come bruti, chi è il bruto allora? Il pauroso nel caso del canto dell'inferno, chi ha paura perchè non conosce e qui mi sovviene il famoso esempio platonico della caverna, ma oggi siamo vistuosi? Qual'è l'attuale posto della conoscenza?
Ebbene io penso che la tecnica, una certa tecnica, quella che ha costruito gli apparati per "proteggere l'uomo" abbia protetto anche dalla conoscenza. Il sapere non è più nell'uomo, ma si è trasferito nella macchina, negli oggetti stessi. Non penso al computer, questo è ancora uno strumento che io posso governare, ma penso alle procedure, alle norme, a certi usi consolidati, a certe leggi dove non si sa più da dove provengano, chi li abbia fatti e perchè.
Ne deduco che si sono persi i fini, quando si perde un fine si perde il sentiero dellla vita stessa, o dell'uomo se preferiamo.
Un bellissimo post, una bellissima riflessione la tua che mi ha permesso di esprimere ciò che io penso del mondo e dell'uomo che ci abita......non ricordandosi perchè ci abita.
Lorenzo
Lorenzo,
RispondiEliminaDante aveva grande ammirazione per i filosofi greci, che riteneva fautori del pensiero dell'uomo occidentale.
Riguardo Ulisse, ne era affascinato. Non aveva mai letto l'Odissea perchè il testo era scritto in greco, se ne parlava ma senza grandi approfondimenti, con Suo grande rammarico. La curiosità di conoscere l'epilogo di quel navigatore che aveva abbandonato ogni cosa per sete di conoscenza suscitava il suo interesse, tanto da fargli recitare la famosa "orazion picciola", nella quale incita i suoi compagni ormai anziani a non rinunciare a quello che c'è ancora da vedere dietro il sole, tenendo conto della loro origine umana, destinati quindi a non vivere come gli animali ma a praticare la virtù e apprendere la scienza.Fino alla fine della vita, era questa la meta da perseguire.
Hai spiegato benissimo il significato dell'essere bruti, e continui dicendo che si è perso il fine dello spirito pioneristico della conoscenza. Niente di più vero, ed è ciò che avverto da molto tempo. La mancanza di Maestri la vedo ovunque, come se della mente umana non ci sia più necessità se non per finalità nell' accumulare denaro. Ancora più mirata la Tua conclusione, l'uomo davvero non ricorda più perchè abita in questo mondo.
Grazie a Te per la Tua articolata e interessante riflessione :)
Post molto interessante, Buon fine settimana... Tonia
RispondiEliminaLa conoscenza, Francoise, ci mette al riparo dalla emotività (che spesso, confondiamo, con la passionalità) e ci spalanca sentieri imaginifici, d'arare con il seme dell'intelligenza e della fantasia.
RispondiEliminaLa conoscenza non è aridità di formule e teoremi, non è la grigia saggezza derivante essenzialmente dalla sperimentazione aquisita, non è la musa canuta, ed annoiante, che indottrina e dirige, preserva ed obbliga, indirizzandoci verso ciò che già è noto, detto e scritto.
Incontrovertibile, anzi, al contrario, ci sprona a ribaltare e a sperimentare, controribattere, formulare teorie nuove.
La conoscenza è linfa vitale, sangue vigoroso, gioventù intellettuale, la summa delle consapevolezze aquisite nel lungo cammino dell'uomo.
Mi accorgo che noi italiani siamo un popolo di scrittori, ahimè, prima ancora di lettori; di professori, prima ancora che di allievi.
Allegramente, la maggior parte di noi, è convinta che il mondo sia tutto racchiuso nella sfera delle proprie conoscenze personali, orizzonti limitati, se non addirittura ciechi, dove pur brilla la nostra arroganza intellettuale, nella saccenza e nella presupposizione, assurte a verità universali.
Il primo gradino dovrebbe essere quello della conoscenza (non solo in senso didattico, ovviamente, ma come sete del sapere che, purtroppo, in questa nostra epoca alquanto scarseggia) che implica predisposizione ed umiltà, virtù intellettuali, queste, soppiantate dall'emotività e dal manierismo.
Gran bel post, Francoise.
Je m'incline à la connaissance
Je t'enlace
Marlene
Tonia,
RispondiEliminagrazie per l'apprezzamento :)
Marlène,
RispondiEliminami piacciono molto le Tue riflessioni sulla conoscenza. Osservi bene la sostanziale differenza fra saccenza e conoscenza. La prima molto in auge di questi tempi, accompagnata inevitabilmente dall'arroganza dell'essere dietro titoli acquisiti per fortuna o per arrivismo.
Purtroppo, come osservi bene, si legge poco in Italia, e soprattutto non esiste più lo spirito pioneristico, quello che induce ad abbandonare il certo per l'incerto pur di vivere scoprendo quanto ci è ignoto, condizione questa applicabile anche alla lettura.
Ciò che riscontro come altro pecco, è l'incapacità di voler sapere fino in fondo chi è il personaggio che viene presentato come "sommo intellettuale", ignoranza che spiana la strada sociale in ascesa a molti inutili e incompetenti soggetti. Così in ogni dove abbiamo emeriti ignoranti che parlano incomprensibile, oltre a dar loro agio di agire scorrettamente.
Nous avons rien à faire, si ne pas observer combien se produit…
Merci. Une embrassade ma chère Marlène.