A un Amico

Quando un Amico se ne va , si porta via la parte più bella di Te, la sincerità di un affetto senza ombre.
Il vuoto che lascia annulla ciò che di Lui rimane, affollato da inutili perché , una zavorra che Ti trascina a fondo. E Ti ritrovi piena di ricordi privi di ogni forma di felicità. Ne avevi già tanti, dei suoi potevi farne a meno per molti anni ancora. Ma Te li lascia lì , scordandosi che tocca a Te tenerli in vita.
Sei stanca di quel baule rinchiuso nel soffitto del Tuo cuore, sempre più capiente per riporvene di nuovi.
Rifiuti foto che Ti passano, che mostrano un volto sorridente e ancora giovane. Brutta la mania di prendere le foto quando il corpo del Tuo Amico è ancora caldo. Vorresti urlare che tutto è stato sogno, da quei ritratti sentire la sua voce.
Ma poi cos’è questo volere bene, se alla fine tutto si riduce nella mente a pellicola che non Ti appartiene, e scettica Ti chiedi se fu vero.
E Ti convinci che niente è mai esistito, per non soffrire, perché il dolore è l’unico che sopravvive.

La mia Amica e l'assassino





Sedute tutte e tre , una di fianco all’altra, nella sala del cinema immersa nella penombra, di tanto in tanto volgevo la mia attenzione a Silvia, seduta alla mia sinistra, che mostrava segni di irrequietezza e coglievo il suo lanciare sguardi verso ogni ombra che sembrava passarle accanto. Non capivo quel suo modo di fare. Evitai di farle domande per non disturbare gli altri spettatori. Durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo, quando le luci illuminarono la sala, Angela si alzò per andare in toilette. Silva ed io restammo sedute a sgranocchiare pop corn, dopo pochi minuti cominciò ad agitarsi “ma quando viene Angela? Perché non vai a vedere?”. “Vai Tu!”, le dissi. “Non posso, sto mangiando i miei pop corn”. Risi a questa sua uscita, si preoccupava e intanto mangiava. Passato qualche altro minuto tornò all’attacco: “Se le fosse successo qualcosa?”. “Stai tranquilla, ci sarà gente in bagno e le tocca aspettare il suo turno”. Insistette: “e se in bagno ci fosse l’assassino? Vai a vedere perché tarda”. “L’assassino? Ma che dici? E poi perché dovrei andare io a vedere, l’assassino potrebbe uccidere anche me, Ti pare?”. Senza volerlo mi ero lasciata trascinare nel suo incomprensibile ragionamento. Dopo avere finito i pop corn si alzò di scatto: “Lasciami passare, vado a vedere”."In quello stesso momento Angela arrivò in sala, Silvia sedette e a denti stretti mi disse: “Se le dici qualcosa Ti ammazzo!”. Non dissi nulla. Uscite dal cinema mi venne in mente di farle qualche domanda in merito al suo strano comportamento in sala. Esitò prima di rispondere, rise e poi mi rammentò la sua passione per i film horror. “E dunque? Che significa?”, le chiesi ancora. “Lo sai che amo guardarli e poi ho paura, mi lascio suggestionare.. L’altra sera ho visto un film in cui l’assassino si intrufolava in un cinema e durante la proiezione del film uccideva a caso qualche spettatore”. “Era questo che cercavi nella sala? L’assassino dell’altro film?”. “Hai capito benissimo”. La mia pazza, pazza Amica, pensai, mentre ridevo fino alle lacrime.


Spirito e Materia




Basta una parola, una frase detta con sprezzo per piombare ancora una volta nel diniego delle proprie capacità intuitive. Quante volte nella vita ci si trova a ricredersi su qualcuno a cui avevamo dato la nostra stima incondizionata, attratti da quel qualcosa in più che sapevamo carente in noi stessi. La convinzione che una intelligenza superiore sia dovuta al solo sapere rimanda a quei personaggi che hanno rivoluzionato il pensiero umano, evolvendolo. Pionieri dell’espansione intellettiva, tormentati più dai loro limiti che dalla loro conoscenza . Se si fossero fermati davanti ai tanti che nulla sapevano a loro confronto, se li avessero trattati con sprezzo, l’umanità avrebbe viaggiato nel corso dei millenni nell’era Quaternaria fino ai giorni nostri, risparmiandoci la convinzione che chi sa di più sia necessariamente più intelligente. 
Simili pensieri non bastano a placare la delusione, né consolano dall’ ennesimo fallimento interiore, eppure spingono verso quella dimensione che è solo spirito. La materia si sfalda e ciò che realmente è importante appare chiaro, nulla possono coloro che vivono nell’ aurea nera della loro cupidigia né gli altri attanagliati in quella rossa della loro rabbia. 

Nessuna Vergogna



Erano davanti all’ entrata dello storico hotel del paese che dava su una strada principale, tanto da creare ingorgo agli ignari automobilisti di passaggio che alla vista di quel raduno si domandavano cosa mai fosse accaduto. Era l'alta società nostrana in attesa dell’arrivo di altri ospiti illustri prima di accomodarsi all’ interno del locale. Nel frattempo si scambiavano saluti e complimenti con esagerata dovizia, ostentando eleganza e una fierezza teatrale fra sorrisi e calorose strette di mano, tutto in onore dei passanti. I soliti noti riuniti in vista delle prossime elezioni, poco importava se davanti ai loro occhi c’era il degrado di un paese abbandonato all’ incuria e all’ arte di arrangiarsi dei moderni poveri. Spavaldi e sicuri della loro posizione sociale, sapevano con certezza che il denaro li proteggeva dalla scomoda emozione della vergogna. Non perdevano certo tempo all’ autovalutazione del fallimento globale nel rispetto delle regole, ai modelli di condotta non più condivisibili con il resto della società per scopi lontani dall’ etica e dalla morale. Avevano rotto con le regole di condotta, a quel punto vergognarsi avrebbe comportato un cambiamento dalle disastrose conseguenze per il loro status quo. La gente invidiava e ammirava comunque la loro capacità di essere al di sopra di ogni regola, superfluo dare a un’emozione negativa lo spazio per privarsi degli agi immeritati in cui vivevano. Era dunque importante offrirsi agli sguardi con la coreografia dello sfarzo senza riserve per cogliere maggiori consensi, in cambio regalavano sogni evanescenti senza costi. Non avevano certo perso il rispetto sociale, anche se dettato dall’ ipocrisia. La bellezza e la grandezza del dio denaro, davanti al quale tutti si inchinano estasiati nell’ eclissi totale della vergogna.

"Io Dico quello che Penso"








Diffido di chi con orgoglio afferma “io dico quello che penso”. 

Istintivamente avverto che stia per dire qualcosa di spiacevole e che ne sia pienamente consapevole. In genere si tratta di persone che hanno come avversaria la ragione, che da’ loro torto fin dalla nascita. La combattono nel dire ciò che pensano senza riguardi, incuranti di ferire l’altro, ma forse è il sommo piacere dell’essere idioti. Una lotta impari che li porta ad apparire inutili quanto le parole che pronunciano. Davanti a simili soggetti mi sorge sempre la stessa riflessione su quanto, spesso, sia inutile e deleteria questa capacità che l’uomo possiede. 
Accade ovunque e in ogni luogo, dagli aeroporti ai bagni pubblici, due estranei si incontrano e basta che uno dica una frase, la più banale, l’altro subito risponde e si apre un dialogo di inutilità in cui ognuno si affanna a dimostrare di sapere tutto di tutto. Un oceano di parole capace di contenere i sette oceani del globo, un cicalio ininterrotto di inutilità che esercita comunque il suo fascino. 
Una forza smisurata che fa scorrere il dialogo fra gli esseri umani. Un’assurdità di enorme portata che regge l’idiozia di tanto vigore. Come una matrioska infinita che affascina e cattura in un inebriante gioco senza fine.